di Ivano Porfiri
«Basta a discussioni sterili sui nomi dei candidati, chi vuole governare ci parli del piano per creare lavoro. E le imprese devono essere più coraggiose». Chiede un cambio di rotta immediato il segretario della Camera del lavoro di Perugia, Vincenzo Sgalla, che invita a ragionare su scala regionale. Una riflessione che implica anche un’autocritica: «Saremmo stupidi se non la facessimo, il sindacato è ancorato a un modello contrattuale vecchio di 20 anni».
Lei è segretario di Perugia ma non si può non cominciare col parlare di Terni.
«La vicenda Ast è nazionale e presenta dei risvolti eccezionali ed eclatanti. E’ la cima di un iceberg fatto da 5-6 anni di crisi senza fine, ma che che in Umbria può portare a conseguenze davvero drammatiche su tutto il sistema. Per questo serve l’impegno di tutti. Per questo, e non solo, parliamo da anni ormai di una ‘Vertenza Umbria’ e proponiamo uno sguardo d’insieme sulla situazione del nostro territorio. Perché, va sottolineato, noi questa crisi l’abbiamo subita per intero e dobbiamo immaginare un progetto che vada in controtendenza ripartendo dal lavoro e, in particolare, dal rilancio del manufatturiero. Ma siamo aperti anche ad ascoltare altre idee sempre che qualcuno ne abbia, perché intorno c’è un silenzio assordante».
Se Terni piange, Perugia non ride. Che segnale è il contratto di solidarietà alla Nestlé-Perugina?
«E’ un segnale che registriamo con soddisfazione tra virgolette. Potrei citare anche i casi dell’accordo Trafomec per far restare l’azienda in Umbria e Piselli. Accordi dolorosi ma in cui i sindacati, ovvero i lavoratori, si sono assunti la responsabilità di accollarsi perdite di posti e di salario pur di scongiurare provvedimenti drastici e definitivi. Sulla Perugina va detto poi che la multinazionale ha tutti gli strumenti in 24 mesi per rilanciare lo stabilimento e per riportarvi volumi produttivi consoni».
La critica va quindi alle imprese se questa crisi non vede la fine?
«Gli imprenditori presi singolarmente sembrano consapevoli della necessità di dialettica e confronto per superare insieme la crisi. Sono le organizzazioni, a partire da Confindustria, che rispetto alla crisi hanno dimostrato tutta la loro timidezza. L’affermazione del ministro: “chi può investa e non licenzi” di qualche giorno fa sembra un richiamo caduto nel vuoto. Certo, ci sono anche eccellenze produttive solide nel territorio ma anche da parte loro il sostegno alla ripresa è un po’ timido o non è stato chiesto a sufficienza. Ci sarebbe anche la responsabilità sociale d’impresa oltre agli utili in Borsa, insomma».
Le istituzioni e la politica dal vostro punto di vista fanno abbastanza o no?
«Siamo in una fase particolare con la Regione alla vigilia della campagna elettorale. Questa fase dovrebbe vedere chi si candiderà a guidare l’Umbria come interlocutore, invece ancora questo confronto non c’è. Un deficit poi c’è di sicuro: con i partiti politici della sinistra umbra l’interlocuzione è, diciamo, ordinaria, invece ci vorrebbe qualcosa di più per cercare un riscatto. Io penso che chiunque si candidi a governare debba avere un progetto politico di cambiamento rispetto a questi anni oppure è destinato a fallire. Vorremmo che si iniziasse a discutere su un progetto vero piuttosto che sui nomi da candidare».
Un cambiamento presuppone che quanto fatto finora sia insufficiente.
«Noi con la Regione Umbria e gli altri enti abbiamo avuto un’interlocuzione costante ma i risultati prodotti, a dire il vero, sono scarsi».
Colpa magari anche del sindacato?
«Se non facessimo autocritica non solo saremmo irrealistici, ma anche poco intelligenti. Su ogni fallimento per un singolo lavoratore c’è la bandiera del sindacato. Il nostro ruolo non può concentrarsi alla richiesta degli ammortizzatori sociali, come purtroppo spesso avviene, ma indicare una progettualità perché abbiamo mezzi e idee».
Chi vi sente lontani sono soprattutto i più giovani, sostengono che difendete solo i diritti acquisiti e siete lontani dalle nuove forme di sfruttamento.
«La critica ha basi oggettive e veritiere. Ma non credo che se smettessimo di aiutare i dipendenti di Piselli o della Perugina gli altri ne trarrebbero giovamento. Ci stiamo interrogando, faremo presto un direttivo per parlare di “modello contrattuale”. Perché mentre si ragiona di job act e di tutele progressive, noi siamo ancorati al modello del 1993, nato dalla politica dei redditi di Ciampi, successivamente corretto, ma tuttora in vigore. Una discussione vera sulla riforma del modello contrattuale va fatta con tanto di proposte da parte nostra. Partiremo da Perugia e porteremo il tema a livello nazionale».
Se avesse davanti i candidati alla presidenza della regione cosa direbbe?
«Che chi vince si deve impegnare a trovare risorse straordinarie per farle convergere su 2-3 settori manufatturieri che creino sviluppo immediato, che diano una scossa per porre un argine alla caduta del Pil regionale. Solo col lavoro e il sostegno ai salari si inverte la tendenza. Poi direi che vanno messe in discussione le certezze, serve una razionalizzazione di pezzi della macchina pubblica ormai obsoleti».
Ultima cosa: gli 80 euro sono serviti o no?
«Sono stati solo un piccolo passo, ma bisogna fare qualcosa urgentemente per gli incapienti e i pensionati. Chi prende una pensione al minimo è la parte sana del paese e sta pagando il prezzo più alto. Poi, che devo dirle, tra averli o non averli in tasca 80 euro al mese per chi guadagna poco non è certo la stessa cosa».
