di Chia.Fa.

Il 58 per cento degli umbri si dichiara soddisfatto della propria occupazione. Il dato è contenuto nell’aggiornamento 2023 dell’Istat per il progetto Bes, una serie di indicatori che valutano il benessere equo e sostenibile delle regioni e quindi del paese, che sono stati poi elaborati dalla Cgia di Mestre con una serie di graduatorie regionali.

L’apprezzamento degli umbri per il proprio impiego risulta anche in marcata crescita (+19,5 per cento) rispetto alla rilevazione di cinque anni fa, quella del 2019, tanto che la regione è a ridosso del podio, piazzandosi in quarta posizione. Più appagati dal lavoro quotidiano ci sono solo i residenti di Valle d’Aosta (61,7), provincia autonoma di Trento (61,1) e di Bolzano (60,5), mentre dietro l’Umbria si collocano Piemonte (57,1) e Marche (55,4). In questo senso, dal Centro studi della Cgia di Mestre segnalano che «nelle posizioni di vertice, ad eccezione del Piemonte, si osservano prevalentemente realtà geografiche di dimensioni contenute, caratterizzate dalla presenza di piccolissime attività produttive», che nonostante tutti i limiti in termini di competivitità, evidentemente riescono ancora a garantire una dose sufficiente di benessere ai propri dipendenti.

In questo senso, va rilevato che la classifica regionale della Cgia di Mestre su dati Istat è stata costruita tenendo in considerazione «il numero e la percentuale di occupati che hanno espresso un punteggio medio di soddisfazione tra 8 e 10 per guadagno, opportunità di carriera, numero di ore lavorate, stabilità del posto, distanza casa-lavoro, interesse per il lavoro». Da segnalare, poi, che tra gli indicatori Istat del rapporto Bes, l’Umbria si piazza molto bene anche in termini di «percezione dell’insicurezza lavorativa», con appena il 3,6 per cento degli occupati, che teme per il proprio impiego: si tratta del quinto migliore risultato regionale dietro a Bolzano (2,4), Lombardia (3,1), Veneto (3,2) e Trento (3,5).

Tuttavia, tra gli indicatori e la relativa elaborazione regionale della Cgia, emergono una serie di zone d’ombra sulla qualità del lavoro in Umbria. In particolare, il dato più preoccupante ha a che fare con la sovraistruzione dei lavoratori, cioè persone che possiedono un titolo di studio superiore a quello che sarebbe più richiesto o idoneo per il loro impiego. In Umbria la problematica, che rivela una volta di più lo scollamento tra formazione e lavoro, coinvolge quasi un occupato su tre, più precisamente il 32,7 per dei lavoratori. La quota è particolarmente rilevante, tanto che vale alla regione un piazzamento da fanalino di coda nella classifica: peggio, infatti, fanno soltanto Basilicata (33,2) e Molise (33,5).

Umbria a metà classifica anche per l’occupazione irregolare, che per l’Istat sono quelle posizioni lavorative in violazione della normativa vigente in materia fiscale e contributiva, quindi non osservabili direttamente da imprese, istituzioni e fonti amministrative. In Umbria i lavoratori alle prese col fenomeno sono l’11,4 per cento, una quota che vale alla regione la 12esima posizione tra il primo posto di Bolzano (7,9) e l’ultimo della Calabria (19,6). Decimo posto, invece, per l’Umbria se si considerano gli occupati che da almeno cinque anni producono redditi con contratti a termine. I precari nella regione sono il 17,2 per cento contro il 10,7 della Lombardia, che si piazza al primo posto, e il 27,9 della Sicilia che è invece ultima in classifica. Infine, l’Umbria non brilla neanche per il part time involontario, ovvero l’impiego a tempo parziale che un lavoratore svolge non essendo riuscito a trovarne uno a tempo pieno: anche in questo caso il posizionamento è da metà classifica, cioè 12esimo posto, perché in Umbria la quota di questi dipendenti è del 10,4 per cento, a fronte del 3,8 di Bolzano, prima del ranking, e della Sicilia fanalino di coda col 14,8.

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