di Dan.Bo.
Un Piano regionale contro le povertà per rispondere in modo più mirato al «crescente disagio di famiglie e cittadini». Ad annunciarlo mercoledì a Perugia è stato l’assessore regionale al Welfare Carla Casciari, nel corso del seminario sul modello sociale e l’occupazione in Umbria organizzato dall’Agenzia Umbria ricerche. «L’Umbria – ha detto la Casciari – si doterà di un Piano regionale contro le povertà attraverso il quale intendiamo rispondere con azioni mirate alle diverse forme di povertà, vecchie e nuove, ed al crescente disagio di famiglie e cittadini». L’assessore non fornisce cifre precise ma assicura che la redazione del documento partirà «a breve» e che «permetterà di mettere a valore nel miglior modo possibile l’insieme delle risorse per il settore derivanti da diverse fonti finanziarie».
Il Piano Casciari spiega poi che che occorrerà «ricalibrare le risorse, dirottandole su azioni strutturali e articolate più rispondenti alle mutate condizioni economico sociali». L’idea è quindi quella di una serie di azioni più rispondenti al contesto attuale, con forme di aiuto diversificate in grado di realizzare servizi più flessibili e rivolte a chi, come le famiglie giovani con minori, «soffre di nuove povertà». Un nuovo welfare che Casciari chiama «non “monetario”» bensì costruito sui bisogni che cambiano a causa della crisi. Tutte linee guida da tradurre in misure concrete ma il processo è avviato. Il piano si inserirà in una situazione economica e sociale umbra che nel corso degli interventi del seminario è stata definita «anomala».
Tra Nord e Sud Da una parte infatti c’è un’Umbria con parametri economici che la fanno assomigliare ad una regione del Sud, dall’altra la sua integrazione e il suo benessere sociale sono quelli di una regione del Centro-Nord. Una regione quindi in una fase di «transizione» e di «sospensione di una propria collocazione». Un quadro nel quale le istituzioni devono compiere un «grande sforzo di innovazione» e dove il mondo del lavoro soffre. E soffre ancora di più a causa di questi anni di recessione. Secondo l’analisi di Lorenzo Birindelli, dell’Istituto ricerche economiche e sociali, l’incidenza dei lavoratori in difficoltà sul totale della platea è nel 2011 al 23% mentre il livello pre-crisi oscillava tra 16 e 18%; gli autonomi sono al 10% contro il 6-8% pre-2008, mentre quelli che erano già in difficoltà (50-60%), ovvero i collaboratori, lo sono ancora di più (oltre il 66%).
Il peso del pubblico Il problema della difficoltà nel mercato del lavoro, ha spiegato Birindelli, si sostanzia prevalentemente nell’area del lavoro manuale e del terziario non impiegatizio, con larga prevalenza del lavoro dipendente. Si aggrava poi nettamente l’incidenza della difficoltà per le occupazioni a bassa qualifica e per quelle con un discreto livello di qualificazione legate ai consumi delle famiglie. Nell’analisi viene poi pesato il settore pubblico della regione che si è dimagrito dal 2001 al 2011: in dieci anni infatti, secondo i dai della Ragioneria dello Stato, i dipendenti pubblici della regione sono passati da 53 a 49 mila (-7,5%). Un dato in linea con la media nazionale anche se si prende in considerazione il peso del pubblico in rapporto alla popolazione. Sul totale della platea di lavoratori inoltre, il settore pubblico rappresenta il 17% così come nel resto del paese. Di tutta questa grande area, la più consistente è quella della scuola (31%), poi c’è la sanità (23%) mentre gli enti locali nel loro complesso sono sotto il 20%.
