©Fabrizio Troccoli

di Marta Rosati

‘Accordo di programma – energia idroelettrica – elettrolizzatori – idrogeno verde per Ast e per la città di Terni’. Quel titolo scorre nella mente di chi ha avuto l’onere e l’onore di prendere parte all’illustrazione del piano industriale proposto da Arvedi per l’acciaieria dell’inox, quanto in quella di chi ha ricevuto le informazioni del caso da sindacati e stampa. Quello, e l’immagine proposta dal cavaliere per indicare gli investimenti previsti in viale Brin, oltre le parole spese per spiegare i nuovi impianti che intende realizzare, sono le uniche cose consegnate alle parti sociali; anzi per la verità la versione cartacea è rimasta a disposizione solo per le foto.

Mise Al piano industriale manca ancora un cronoprogramma, che nemmeno i rappresentanti dei lavoratori avrebbero ricevuto, e sul miliardo di risorse stimate per rivoluzionare la fabbrica in alcune sue parti, pesa il vincolo, come sottolineato in modo adamantino dalla proprietà, dell’Accordo di programma. Le istituzioni sono pronte alla prova? Dal Mise, martedì, è arrivato il plauso del viceministro Alessandra Todde, con al seguito il resoconto delle puntate precedenti la cessione del sito al Gruppo Arvedi: «Il piano ci soddisfa perché conferma la piena occupazione del sito e vi si sommano gli accordi dei giorni scorsi con cui Arvedi ha stabilizzato 120 lavoratori somministrati(…). Siamo sempre stati consapevoli della strategicità del sito di Terni, e proprio per questo – sia nel governo Conte 2, sia in questo governo – abbiamo lavorato duramente per gestire con serietà la transizione societaria. Queste produzioni rappresentano un asset di fondamentale importanza per lo sviluppo della città, dell’Umbria e dell’intera Nazione. Il Mise continuerà a svolgere il suo ruolo di monitoraggio in sinergia con tutte le parti coinvolte».

Acciaio La fase del monitoraggio però sembra destinata a concludersi presto: l’imprenditore, alla politica, ha chiesto un ruolo attivo soprattutto sui temi spinosi dell’energia e questo non può che tradursi anche in risorse economiche che il Governo vorrà mettere sul piatto. Il cavaliere non ha neppure escluso aiuti alla città, ma prima ha detto bisogna guadagnare e una strada spianata verso gli investimenti è senza dubbio il primo passo. Non sarà certo un caso se l’incontro dei vertici Arvedi con la governatrice Umbra Donatella Tesei e il sindaco di Terni Leonardo Latini, lo scorso primo aprile, sia durato un po’ di più rispetto agli altri, pur avendo al proprio cospetto un numero inferiore di interlocutori. È probabile che su quel tavolo siano circolate molte più informazioni di quelle rese pubbliche e siano stati forniti molti più dettagli del piano. Del resto, a sentire Tesei, già da tempo erano in atto pure le interlocuzioni con Enel per il tema della centrale di produzione dell’idrogeno. Ma esiste davvero già oggi la possibilità di ottenere, da fonti rinnovabili una sufficiente quantita di H2 per alimentare una fabbrica tanto energivora come Acciai speciali Terni? Parola ai tecnici; alcuni studi ed esperimenti sono stati già compiuti altrove e addetti ai lavori riferiscono che è difficile immaginare una filiera siderurgica interamente basata su questo vettore energetico, servirebbero un’enorme quantità d’acqua e di energia rinnovabile che solo per difficoltà burocratiche relative all’installazione di nuovi impianti suscita oggi perplessità.

Idrogeno verde Se l’ambizione poi, come suggerisce quel titolo proposto da Arvedi (suggerisce, ma non è stato specificato) è quello di una comunità energetica, bisognerebbe fare i conti col business di Enel. Pare infatti che quest’ultima non avrebbe particolari convenienze economiche a destinare energia alla sola produzione di idrogeno, in alternativa all’immissione nella rete di distribuzione nazionale. Ma per questo appunto potrebbero le politiche industriali ed energetiche del Paese fare la differenza. Intanto va preso atto del fatto che, tanto per citare un’esperienza ambientale ternana pensata in sinergia con Ast poi sfumata, il teleriscaldamento per le abitazioni dell’area est della città non ha mai funzionato. Ora occhi puntati sull’alimentazione dei bus. Rimanendo sul filone delle politiche ambientali, resta il vincolo della discarica per le scorie. Diversamente dagli scarti produttivi di Cremona, che il cavaliere dice riesca a vendere al 100%, quelli di Terni hanno una concentrazione di nichel e cromo tale per cui una parte residuale al netto di trattamenti inertizzanti, va comunque smaltita. Quindi il crescente quantitativo recuperato da Tapojarvi non eliminerà comunque mai del tutto il problema in sede di rinnovo della Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Tubificio e Società delle fucine Venendo alle produzioni, per quanto sin qui emerso, intanto l’incremento dei volumi fino al milione  e mezzo di tonnellate è da intendersi sul prodotto finito e non sull’acciaio colato. E poi, con la scelta di trattare a Terni il magnetico, anziché colarlo e rifinirlo magari a Trieste, il cavaliere forse ha un po’ sorpreso; al pari di quando ha indicato lo scorporo di Tubificio, Sdf e Centri servizi in società a sé, controllate al 100% da Ast. Una strategia che va ancora metabolizzata e soprattutto testata nel tempo, sull’onda di quanti e quali mercati emergeranno, o andranno a sostituirne altri. Per certi versi si tratta di un ritorno al passato, alle famose business unit che fanno capo a ‘mamma Ast’ e come sempre il cambiamento porta con sé pro e contro. Da un lato lo spacchettamento appare come una debolezza: basta pensare alla ‘integrità del sito’ come uno dei mantra proposti in questi anni dai sindacati. Dall’altro però potrebbe rappresentare un’opportunità: restituire alle singole unità operative della Terni una managerialità dedicata, può tradursi infatti in una spinta produttiva e commerciale sfidante in grado di aprirsi a nuove frontiere anche sui tubi. Se la prospettiva cioè è il motore elettrico, e per questo Arvedi scommette sul magnetico, il tubo marmitta è destinato a sparire. Puntare l’occhio su altri settori rispetto all’automotive diventa allora essenziale. Ad Alessia Balloriani, ex impiegata al Tubificio ternano e oggi in forza al gruppo Arvedi a Cremona da alcuni anni, potrebbe ricevere questo compito. Rispetto a Società delle fucine, anche questa ridotta a reparto di Ast, la prospettiva è lavorare per le centrali nucleari, ma molto dipenderà dall’approccio europeo alla transizione ecologica.

I sindacati Ad ogni modo, dovessero queste società satellite zoppicare, sarà forse più semplice cedere alla tentazione della vendita o della dismissione? Arvedi rispetto a questo andrebbe forse messo spalle al muro. Ma di fatto sotto esame ci sono pure i sindacati in questo momento, perché tra poco più di un mese i lavoratori di Ast saranno chiamati a scegliere i propri delegati Rsu e da quanto risulta, piuttosto che accelerare ora sul dibattito attorno al piano industriale, questo è rimandato ad acque più tranquille dopo il voto in modo da poter coinvolgere i nuovi delegati, quelli freschi di elezione. Di aspetti da chiarire e decifrare ve ne sono ancora molti. Molto banalmente anche demolizioni e costruzioni di nuovi capannoni o installazioni di nuovi impianti potrebbero avere temporanei effetti sulla produzione e l’impiego di personale. Quali conseguenze? Si è evidentemente deciso di valutare strada facendo. Prima era indispensabile conoscere l’acquirente, poi è stato il momento dell’attesa per il piano, ora si è sul punto di valutare davvero Arvedi sull’attuazione degli impegni, ma non solo lui: tutti sotto esame; tra sfide del futuro e scadenze elettorali, dentro e fuori dalla fabbrica.

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