La Merloni riapre. Per ora non dal versante umbro, ma martedì verrà presentato il piano industriale dalla Qs e allora si conoscerà il futuro per i lavoratori sia fabrianesi che umbri di Gaifana.
Si riaccendono le macchine Dopo un fermo totale di quattro mesi, e in attesa dell’importante incontro di martedì 8 novembre al ministero dello Sviluppo economico fra i sindacati e la Qs, la società che ha avuto il via libera ministeriale all’acquisto del gruppo elettrodomestico Antonio Merloni, lunedì i due stabilimenti di Fabriano riprenderanno la produzione. Al lavoro sono richiamati 470 addetti, per una commessa di 21 mila pezzi, che riaccenderà le linee produttive delle fabbriche di Santa Maria e del Maragone, rispettivamente per nove giorni e sei giorni e mezzo più tre (due linee).
Martedì il piano indistriale L’attesa però è concentrata soprattutto sulla riunione al ministero, in cui il titolare della Qs Giovanni Porcarelli, ex fornitore della Merloni, illustrerà il piano industriale per l’acquisizione dell’intero gruppo in amministrazione straordinaria, i due stabilimenti fabrianesi e quello umbro di Gaifana. Un piano che dovrebbe prevedere investimenti per 45 milioni di euro e il riassorbimento di 700 addetti nelle due regioni, mentre altri 1.400 dovranno invece essere ricollocati.
Sindacati cauti «Potremo finalmente valutare il piano industriale di Qs – spiega Vincenzo Gentilucci, della Uilm Uil provinciale di Ancona -, e porre in sede ministeriale il problema dei lavoratori che non verranno riassunti, e dei possibili strumenti di tutela». Andrea Cocco della Fim Cisl ha la medesima preoccupazione, ma sottolinea anche «la necessità che cominci un periodo di continuità produttiva, di normale vita aziendale». Fabrizio Bassotti della Fiom Cgil vuole capire «se l’ipotesi di 350 lavoratori su 700 riassunti nelle Marche possa essere rivista al rialzo. Con ministero, Regioni e enti locali dovremo affrontare anche la rimodulazione degli Accordi di programma, per renderli più appetibili per altri eventuali investitori. Sapendo che uno dei nodi è riconvertire un territorio troppo concentrato sul monoprodotto».

