Un'azienda umbra (foto ©Fabrizio Troccoli)

«Nei primi 6 mesi del 2018 si era affermata in Umbria una tendenza positiva sul terreno dell’occupazione, con un recupero certificato anche dall’Istat e dalla Banca d’Italia. Come Ires e come Cgil avevamo sottolineato però la persistente scarsa qualità dei rapporti di lavoro, con solo circa il 20% delle nuove attivazioni effettuate con contratti a tempo indeterminato. Ora, nel terzo trimestre 2018 ci troviamo di fronte ad un brusco peggioramento, sia da un punto di vista quantitativo, che qualitativo». Lo afferma Mario Bravi dell’Ires Cgil dell’Umbria, secondo quanto emerge dagli ultimi dati dell’Osservatorio nazionale sul precariato dell’Inps.

I numeri Il dato cumulato, relativo ai primi 9 mesi dell’anno in Umbria, vede un totale di 66.763 attivazioni e 57.602 cessazioni (con una differenza positiva di 9.161 unità). «Sembrerebbe di per sé un dato positivo – commenta Bravi -, ma se lo confrontiamo con i dati dei primi 6 mesi vediamo che c’è una contrazione della differenza tra contratti attivati e contratti cessati (a giugno eravamo a +10.437) e quindi il “trend” è in evidente discesa. Non solo, in questi giorni l’Istat ha rilevato un pesante peggioramento nel III trimestre 2018 anche sul dato relativo alla quantità degli occupati. Infatti, gli occupati in Umbria passano dai 358 mila del secondo trimestre 2018 ai 351 mila del terzo (quindi con un calo di 7 mila unità). Diminuiscono anche i disoccupati, che scendono da 35 mila a 30 mila, ma con il dato significativo e al tempo stesso preoccupante dell’aumento degli inattivi che addirittura salgono di 14 mila unità, passando dai 374 mila del secondo trimestre 2018 agli attuali 386 mila. Questi dati dovrebbero far riflettere anche coloro che nei primi 6 mesi dell’anno si erano sbilanciati in analisi troppo ottimistiche. La realtà della nostra regione e questi dati recentissimi ci dicono che occorrono politiche economiche alternative, che contrastino veramente la dilagante precarietà».

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