di Daniele Bovi
Il fuoco della crisi in due anni, quelli che vanno dal 2008 al 2010, ha bruciato in Umbria quasi diecimila posti di lavoro. A certificarlo è l’Istat, che venerdì ha pubblicato i dati relativi all’occupazione per l’intero 2010. Gli occupati, secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica, sono passati, in media, dai 375mila del 2008 ai 366mila del 2010, il che si traduce in un tasso di disoccupazione che è passato complessivamente dal 4,8% al 6,6%. Un dato comunque in diminuzione rispetto al 7,6% del terzo trimestre 2010 (valore più alto in assoluto dal 2004) e due punti percentuali inferiore all’8,4% che rappresenta la media nazionale.
Sempre più non cercano lavoro Sempre secondo le tabelle pubblicate dall’Istat, le persone in cerca di occupazione sono passate, in due anni, da una media di 19mila del 2008 alle quasi 26mila del 2010: tutte, perlopiù, con precedenti esperienze lavorative. Crescono, poi, anche coloro che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare: nel 2008, in media, erano 153mila, mentre nel 2010 sono stati 162mila. Un valore «normale» secondo molti esperti del mercato del lavoro, che sottolineano come, in periodi di crisi come quello che l’Italia sta vivendo, la gente sia più scoraggiata e smetta di cercare un’occupazione. In generale, il tasso di occupazione che riguarda l’Umbria, ovvero il rapporto tra la popolazione e gli occupati nella fascia d’età che va dai 15 a 64 anni, diminuisce dal 65,4% del 2008 al 62,7 del 2010.
Soffre l’industria In questo scenario, analizzando i settori, si nota come a soffrire in particolar modo è l’industria. In media, nel 2008 erano occupati 121mila lavoratori, mentre nel 2010 sono stati 112mila, circa un terzo dei quali nell’edilizia. E’ qui che si forma il dato generale dato che gli altri due macrosettori, ovvero agricoltura e servizi, fanno registrare dati sostanzialmente stabili. Nell’agricoltura erano impiegati nel 2008 14mila lavoratori contro i 12mila e rotti del 2010, mentre nei servizi, composti per oltre un quinto dai lavoratori del commercio, 241mila erano gli impiegati nel 2008 e 241mila lo sono stati nel 2010.
Febbraio, timida ripresa Guardando ai dati congiunturali a livello nazionale invece, febbraio 2011 ha fatto segnare una ripresa dello 0,1 rispetto a gennaio. Nel confronto con l’anno precedente l’occupazione è in calo dello 0,3% (-65 mila unità). Una diminuzione che riguarda la sola componente maschile. Il tasso di occupazione è invece pari al 56,7%, invariato rispetto a gennaio e in calo di 0,3 punti rispetto a febbraio 2010. Il numero dei disoccupati, pari a 2,1 milioni, registra una diminuzione del 2% (-43 mila unità) rispetto a gennaio. Sia la componente maschile sia quella femminile risultano in flessione. Su base annua poi la diminuzione del numero di disoccupati è dell’1% (-21 mila unità). Molto interessante è il valore che riguarda la forza lavoro straniera: +179mila nel quarto trimestre dell’anno. E’ grazie ad essi che alla fine del 2010 l’Istat ha registrato il primo dato positivo dalla fine del 2008.
Ricolfi: un mercato del lavoro per stranieri Un dato, quello del boom del lavoro straniero, ben analizzato e interpretato nell’articolo del professor Luca Ricolfi apparso sabato su La Stampa. «Sul versante del mercato del lavoro il problema dell’Italia – scrive il professore – non è di essere invasa dagli stranieri, ma di essere più adatta agli stranieri che agli italiani. Il nostro guaio non è che gli stranieri ci portano via i posti di lavoro, ma che ci ostiniamo a creare posti che né noi né i nostri figli sono disposti a occupare. Camerieri, pizzaioli, fattorini, autisti, badanti, muratori continuano a servire al sistema Italia. Molto meno ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori, tutti mestieri per i quali – se si è davvero bravi – forse è meglio guardare alle opportunità che si creano negli altri Paesi avanzati che sulla scuola, la ricerca e la cultura hanno puntato più di noi». Un’analisi su cui riflettere attentamente.

