di Daniele Bovi
All’inizio di settembre se lo era chiesto il segretario regionale della Cgil Mario Bravi: «Che fine ha fatto il tavolo unitario delle imprese». Che fine ha fatto, cioè, quel fronte comune delle imprese che nel gennaio scorso fu presentato in pompa magna all’hotel Brufani di Perugia? Cna, Legacoop, Confcommercio, Cia, Coldiretti, Confapi, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, Confesercenti e Confagricoltura avevano deciso di fare fronte comune nei confronti delle istituzioni su cinque temi considerati prioritari: credito, edilizia e infrastrutture, internazionalizzazione, turismo e valorizzazione del territorio, welfare e sanità. Il problema è che ora quel tavolo sembra perdere pezzi.
Arcelli: ci saranno defezioni Stando a quanto venerdì mattina da Paolo Arcelli, direttore di Cna Umbria nel corso della presentazione di un’indagine dell’associazione sulla crisi e sui fabbisogni occupazionali delle pmi, «al tavolo ci sono diverse anime». Tra chi tira da una parte e chi tira dall’altra Arcelli sostiene che ci sia «gente che ritiene di rappresentare al meglio i propri interessi da sola. Credo che ci saranno novità su quel tavolo e che ci saranno defezioni di cui non sentiremo la mancanza». Archiviato così il capitolo, Arcelli interviene poi su un tema delicato come quello del credito.
Cassa dell’Umbria Il direttore di Cna pare poco fiducioso sul fatto che la prevista fusione tra le quattro Casse umbre possa portare ossigeno, cioè soldi, nelle tasche delle pmi: «Qui – dice – mi pare che si ragioni più di organigrammi mentre gli affidamenti rimangono scarsi e il costo del denaro elevato. Unicredit ha messo un referente solo per tutto il Centro Italia, Bps si trova l’aumento di capitale bloccato. Rimane, in questo quadro, solo il credito cooperativo». Una (piccola) speranza Arcelli fa capire che può arrivare dala Regione: «Stiamo premendo – conclude – affinché si usi il Fondo centrale di garanzia».
Un grido da Terni I problemi per le imprese però non sono solo quelli attinenti alla scarsità di credito. Sul banco degli imputati infatti Confartigianato Terni porta il Comune e la Provincia, «strangolati» da quel Patto di stabilità che a sua volta, a cascata, soffoca le imprese: «Il blocco dei pagamenti di Comune e Provincia – è scritto in una nota – stanno portando al collasso il sistema produttivo ternano. Una situazione drammatica». Un allarme che riguarda anche «la possibilità di un blocco degli investimenti per il 2013» da parte del Comune di Terni. «E’ una situazione insostenibile – dice Giuseppe Flamini, presidente di Confartigianato Imprese Terni – che va ad aggravare una condizione di illiquidità delle aziende causata dalla stretta creditizia». Come se ne esce? Secondo Confartigianato le ricette sono due: o il governo rivede il meccanismo del Patto di stabilità o Comune e Provincia, «pur consapevoli dei rischi e delle sanzioni previsti, con senso di responsabilità e consapevoli del collasso del sistema produttivo locale», si decidono a sforare il Patto. Uno sforamento intorno al quale il dibattito è aperto anhe in giunta.
Confimi e Confapi Tornando invece ai movimenti tra e nelle varie confederazioni, venerdì si è giunti alla firma dell’accordo tra Confimi (la nuova Confederazione delle industrie manifatturiere italiane nata da alcune territoriali uscite da Confapi) e gli altri territori fuoriusciti da Confapi lo scorso 26 luglio e che si sono costituiti nel cosiddetto gruppo del «Santa Chiara». Il presidente Agnelli e il vice presidente Piacentini di Confimi e i presidenti di Api Torino Fabrizio Cellino e dell’Api Umbria Gabriele Chiocci (leader del gruppo di altre 15 territoriali) hanno concordato sul percorso che porterà alla fusione delle due realtà. Un matrimonio, è stato sottolineato, che darà luogo a un soggetto datoriale che conterà 30 mila piccole e medie imprese per oltre 500 mila addetti.

