di Ivano Porfiri
Ci perderanno 8,2 milioni Terni e 5,5 Perugia dal nuovo sistema fiscale comunale che andrà in vigore dal 2014. Il calcolo l’ha fatto l’Ifel, la fondazione dell’Anci sulla finanza locale. Una stangata che minaccia di ripercuotersi sulle casse degli enti locali e, di conseguenza, sui servizi ai cittadini. E poi dicono che il federalismo fiscale non costa niente.
La mannaia Sono già sul piede di guerra i Comuni italiani per le ripercussioni del decreto attuativo sul federalismo fiscale, in questi giorni in Parlamento. Comincia, infatti, a diradarsi la nebbia intorno agli effetti di quella formuletta astratta che molti hanno prefigurato come la medicina che curerà tutti i mali italiani. Il federalismo fiscale arriverà, se è vero quanto prefigura l’Ifel e viene riportato oggi dal Sole-24 Ore, come una mannaia per il Comuni. Italiani in generale, umbri in particolare.
Quanto si perde Dalle stime il passaggio dal sistema attuale al nuovo, incentrato sull’Imu (Imposta municipale unica) si tradurrà in un taglio di 2,5 miliardi, vale a dire il 10% circa del totale delle risorse che oggi vengono trasferite dallo Stato. Si andrebbe, cioè, in “paro” con i tagli che il governo ha già prefigurato con la manovra estiva (1,5 miliardi quest’anno e un altro miliardo nel 2012). A questo si aggiunge che i conti fatti con il recupero degli affitti in nero grazie alla cedolare secca sarebbero ottimistici, costituendo quindi un ulteriore aggravio per gli enti locali.
Terni peggio di Perugia A conti fatti, i capoluoghi di provincia umbri sarebbero tra quelli che scontano di più dal passaggio all’Imu. Terni è 16esima in questa classifica negativa. La città dell’acciaio passerebbe dai 52,5 milioni di risorse del 2010 ai 42,3 di gettito Imu, cui si aggiungerebbero 2 milioni di recupero evasione, per un totale di 44,3, cioè 8,2 milioni in meno pari al 16%. Poco meglio va a Perugia, che oggi incassa 75,7 milioni e passerebbe a 66,7 di Imu più 3,5 di recupero evasione. Vale a dire 70,2 milioni: 5,5 in meno del 2010 pari al 7%.
Il perché si perde La spiegazione della riduzione di risorse è facilmente spiegabile. Oggi gran parte dei soldi viene dal sistema di finanza derivata che si basa sui trasferimenti dello Stato. Il federalismo fiscale prevede lo stop a molti dei trasferimenti e all’addizionale sull’energia elettrica. Il grosso i comuni dovranno recuperarlo dal fisco immobiliare: ciò che resta dell’Ici verrà assorbita dall’Imu, più l’assegnazione delle risorse derivanti dalle imposte di registro, quelle ipotecarie e catastali, l’Irpef sui redditi fondiari e la cedolare secca sugli affitti. Una coperta che, secondo l’Ifel, è molto più corta del corpo da coprire. Più corta di 2,5 miliardi su 25,1.
L’Anci non firma In questo panorama, c’è chi perde (la maggioranza dei Comuni) ma anche chi guadagna. Cioè i Comuni con evasione fiscale più contenuta, con quelli un mercato immobiliare più vivace, da valori catastali più vicini alla realtà di mercato. Ne viene fuori che, guarda caso, il Nord è quello che guadagna dalla riforma e il Sud ne perde (Napoli perderà il 50% delle risorse). Ciò è di sicuro uno stimolo ad aggiornarsi, a fare meglio. Intanto, però, una riforma così disegnata rischia di trasformarsi in un cappio per molti Comuni. Con l’ancora di salvataggio affidata al solo fondo di perequazione, non ancora prefigurato dai decreti attuativi. Ecco perché l’Anci minaccia barricate: niente firma sulla riforma finché non ci saranno garanzie.

