di Daniele Bovi
«L’Umbria non sta andando bene: gli indicatori non sono eccellenti ma nel quadro complessivo alcuni segnali si possono cogliere». E’ questa «l’immagine aderente alla realtà del momento» che vive l’economia umbra secondo Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di commercio di Perugia. Lunedì Mencaroni ha presentato il nuovo dossier dell’Osservatorio economico sull’Umbria, una quindicina di pagine in cui si fotografa la situazione del secondo trimestre 2012 per le imprese della manifattura e del commercio e le previsioni sul terzo trimestre. In sintesi un quadro caratterizzato da un calo di fatturato, ordini e produzioni quasi per tutti i settori presi in esame. Un segno meno che caretterizza sia il raffronto con il primo trimestre dell’anno che quello con il secondo del 2011.
Intervistate 600 imprese E le cose, stando almeno all’indagine che si basa su interviste fatte a circa 600 imprese di ogni settore, non miglioreranno nel terzo trimestre dell’anno che si deve ancora chiudere. Secondo i risultati «la difficile fase è destinata ad acutizzarsi nel prossimo trimestre», soprattutto per quanto riguarda fatturato e produzione. Oltre il 70% delle risposte su fatturato, produzione e ordini (compresi quelli dall’estero), parlano infatti di valori stabili o in diminuzione. Il barometro dentro le imprese della regione segna quindi brutto tempo: «Di certo i segnali negativi che arrivano continuamente – osserva Mencaroni – rendono le imprese più prudenti e meno ottimiste. Io credo che il dato sulle previsioni sia in parte condizionato da ciò». Meno diplomaticamente, Mencaroni dice che «non si può solo parlare, come ha fatto il governo, di recessione, lacrime e sangue».
I numeri Più in dettaglio, rispetto ai primi tre mesi dell’anno il 50% del campione segnala un calo della produzione, il 32% del fatturato estero, il 45% degli ordini, il 50% del fatturato e il 45% degli ordinativi esteri. Le cose non migliorano se si guarda al secondo trimestre del 2011: il calo di tutti i valori è intorno al 5% a parte il lieve aumento (+2,3%) degli ordini che arrivano dall’estero; un valore accompagnato però dal calo (-0,8%) del fatturato estero. Insomma, magari si è venduto qualcosa in più, ma a prezzi più bassi. I segni meno sono predominanti in tutti i settori, dalla chimica alla plastica e dall’elettronica ai metalli passando per gli alimentari. Da segnalare in questo contesto l’aumento degli ordini che arrivano dall’estero per legno, mobili (+3,4%, in rallentamento) e alimentari (+5,2%). Anche qui però, come sopra, se crescono i volumi venduti diminuisce il fatturato.
Bene la meccanica L’unica vera eccezione è il comparto dell’industria meccanica e dei mezzi di trasporto con tutti segni più risultato principalmente delle buone performance sui mercati esteri. Al solito poi, se si guarda alle classi dimensionali, sono le aziende più grandi (quelle oltre i 50 addetti) a reggere meglio l’urto e a guadagnare quote all’estero. L’aumento dell’export coinvolge in realtà tutte le classi (anche se solo le più grandi vedono aumentare il fatturato), ma con segni più che si sgonfiano via via che l’impresa si fa più piccola. I segnali positivi di cui parla Mencaroni arrivano dal numero di settimane di produzione garantite dagli ordini (mediamente sette, +0,3), dal grado di utilizzo degli impianti (dal 72,4% al 74,7%) e da una dinamica delle imprese (iscrizioni e cessazioni) definita «più stabile».
I segnali positivi In questo caso conforta la crescita del 18% delle società di capitali rispetto ai tre mesi precedenti, mentre le iscrizioni in generale sono state 1.499 (-3% rispetto al 2011) e le cessazioni 943 (-9,5%). Nella maggior parte dei casi le nuove realtà sono fatte da imprese individuali, in molti casi autoimpiego: «Il problema – dice Mencaroni – è cercare di capire quanto poi durano queste nuove realtà ed è per questo che attiveremo un osservatorio apposito». Che il dato secco sia positivo non deve infatti ingannare: dietro all’autoimpiego può nascondersi il tentativo, non sempre accompagnato da successo, di chi prova l’impresa dell’impresa una volta espulso dal mercato del lavoro. Guardando alle cessazioni, si conferma la crisi nera che vivono le costruzioni, un settore che da solo vale un quinto del totale di chi abbassa le saracinesche. Meglio, si fa per dire, con il 30% fa soltanto il commercio. Male anche i numeri che parlano delle iscrizioni fatte da donne (-2% rispetto al 2011), giovani (-6,3%) e stranieri (-7,4%). I fallimenti invece nel secondo trimestre sono stati 58 (la metà società di capitali con netta prevalenza di costruzioni e manifattura), 12 i concordati e 205 gli scioglimenti e le liquidazioni.

