di Daniele Bovi
Da «terra del saper fare» a quella del «saper creare», in grado di attrarre intelligenze e creatività tali da poter innescare quel circolo virtuoso che, al momento, non è partito. È questa una delle possibili strade per il rilancio della regione secondo uno studio apparso sull’ultimo volume pubblicato dall’Agenzia Umbria ricerche e sviluppo. Secondo Elisabetta Tondini, che firma l’analisi, servirebbero politiche per far sì che l’Umbria diventi un «luogo della creatività, fucina di idee al servizio della enfatizzazione della nostra cultura e delle nostre diversità per rendere più attrattivi i nostri luoghi. E chi sa che in futuro non si possa riuscire a coniare un nuovo slogan: Umbria creativity land».
Fuga dei giovani Per arrivare a questa meta la strada è tutt’altro che semplice e agevole, visti i molti problemi di cui la regione soffre. Tra le sofferenze strutturali più importanti quella della cosiddetta fuga dei cervelli: l’Umbria vanta un numero di laureati, in rapporto alla popolazione, tra i più alti del paese ma per loro non c’è un mercato regionale pronto a inserirli; il risultato è ovvio: la fuga. «E questo – sottolinea Tondini – non va bene: per l’appeal di un territorio il presidio di risorse umane qualificate è uno degli elementi fondamentali per la sua forza attrattiva e per il suo sviluppo». L’indice di attrattività poi è, come in altre regioni, basso se si considerano solo i parametri strettamente economici, mentre la valutazione è migliore se si prende in considerazione il «brand», ovvero quel mix di fattori che intercettano la dimensione politica, economica, sociale, storica e culturale.
Senza grandi città Questi, oggi, sono diventati alcuni dei principali attrattori anche dal punto di vista economico ed è su questi che l’Umbria deve lavorare. «Oggi, più che un tempo, un luogo è considerato appetibile – sostiene l’Aur – quando riesce a richiamare intelligenze dall’esterno e questa capacità attrattiva è determinata dagli amenity values, i fattori non strettamente economici che hanno a che fare con il capitale intangibile». Altro problema strutturale è quello della mancanza di agglomerati urbani di vaste dimensioni che, oggi, giocano un ruolo decisivo data la loro capacità di saper attrarre e coagulare capitale umano e quindi conoscenze, fermento e creatività; «una mancanza che, si pensa, possa costituire una delle strozzature per lo sviluppo del futuro della nostra regione».
La possibile svolta Essere in grado di attirare capitale umano di alto livello e aziende innovative è il fattore chiave per innescare quel circolo virtuoso a oggi non scattato in Umbria. In questo quadro sarà fondamentale capire «come le potenzialità dei nostri luoghi possano sostenere meccanismi che ne autoalimentino l’attrattività». Potenziamento dei fattori di appeal dei diversi territori e creatività insomma sono strade da battere con forza: «Se l’Umbria – conclude l’Aur – riuscisse a far emergere e richiamare intelligenze e idee non in maniera sporadica, ma in modo da fare massa critica e che, interagendo, possano trasformare le unicità e le potenzialità dei suoi luoghi in fattori competitivi, sarebbe l’inizio di una grande svolta». La sfida sta tutta qui.
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