di Daniele Bovi
E’ l’insolvency ratio uno degli indicatori che danno la misura di quanto la crisi economica abbia picchiato duro sulle imprese dell’Umbria. Tradotto, l’insolvency ratio altro non è che il tasso di fallimenti ogni 10 mila imprese. I numeri che riguardano l’Umbria, pubblicati lunedì mattina dall’Osservatorio sulle crisi di impresa di Cerved Group, mostrano come la regione abbia pagato uno dei conti più salati in Italia tra il 2009 e il 2011. Con un ben poco invidiabile indice di 21,1 infatti la regione si piazza al quinto posto tra quelle che hanno sofferto di più.
Numeri da brivido A guidare la particolare classifica è la Lombardia con 27,6 punti, seguita dal Friuli (25,2), dalle Marche (23,7) e dal Veneto (22,7). A livello provinciale si piazza ai vertici italiani Terni con 28,4 punti, al nono posto e preceduta soltanto da Milano, Pordenone, Ancona, Prato, Lucca, Treviso, Bergamo e Teramo. Numeri non certo positivi arrivano anche dal confronto del tasso di fallimenti tra il 2011 e il 2010. Tasso che mostra, in Umbria, una crescita dell’8,6%, superiore alla media italiana (+7,4%) ma comunque inferiore a quella delle regioni centrali (+9,5%).
Un trimestre difficile Nel complesso l’ultimo del 2011 è stato per le imprese italiane un trimestre difficile. L’ondata dei fallimenti che ha colpito le aziende dall’inizio della crisi non si è arrestata nell’ultima parte del 2011, facendo registrare 3.500 procedure (+1,9% sul quarto trimestre 2010) e portando così il numero complessivo dei fallimenti aperti nell’anno oltre quota 12 mila, con un incremento del 7,4% rispetto alle oltre 11 mila procedure riportate nel corso del 2010. Secondo l’Osservatorio «è il massimo registrato in un singolo anno da quando è stata riformata la disciplina fallimentare nel 2006».
Fallimenti in aumento Nel corso del 2011, spiega Cerved, i fallimenti sono aumentati in tutte le forme giuridiche, con una crescita più sostenuta tra le società di capitali (+8,6% sul 2010), rispetto alle altre forme giuridiche (+4,7%). Nel 2011 è proseguito l’aumento dei fallimenti nei servizi (+10% rispetto al 2010) e nelle costruzioni (+7,8%). In controtendenza l’industria che, pur rimanendo il macrosettore con la maggiore frequenza di fallimenti (insolvency ratio 39,8), ha registrato un’inversione di tendenza rispetto al 2010 (-6,3%). Il risultato è da attribuire soprattutto ai miglioramenti dei settori che negli anni precedenti hanno pagato un conto salato alla crisi: alla meccanica, il cui IR passa da 70,6 punti del 2011 a 60,3 del 2010, alla chimica (da 59,1 a 46,3), al sistema moda (da 54,4 a 46,6), alla siderurgia (da 51,2 a 40,1).
Conto pesante «Il conto della crisi è pesante: tra 2009 e 2011 sono fallite 33 mila imprese, per lo più aziende già fragili prima della recessione – commenta Gianandre De Bernardis, ad di Cerved Group -. Con lo scenario di mercato che si prospetta davanti a noi, se non si interviene rapidamente sul fronte della liquidità, il rischio che gli effetti negativi si ripercuotano anche sulle aziende sane, ma prive delle risorse finanziarie necessarie, diventa molto concreto».

