di M.R.
Le battaglie tra la portineria mezzi e piazzale Donegani, i nervi tesi ai confronti sindacali, le divergenze di visione, la mancata fiducia sulle potenzialità delle macchine e contestualmente la difesa delle stesse, la redistribuzione delle commesse, la preoccupazione, la cassa integrazione a scandire il ritmo di oltre 100 lavoratori, per anni in balia di proprietà senza interesse per il sito di Terni e la minaccia di riconversione di una fabbrica carica di storia, know how e di fatto anche futuro.
È questa la sintesi del recente passato dell’ex Treofan, oggi tornata al suo storico nome Moplefan, sotto la guida dei polacchi Visopack; quegli imprenditori che, scommettendo sulla volontà delle maestranze di non disperdere quel patrimonio industriale, hanno acquisito la fabbrica e rimesso in funzione gli impianti. È viva nella memoria dei protagonisti della nuova stagione del sito l’emozione del primo test, la soddisfazione di tornare a produrre film con i macchinari di sempre, dopo averli rimessi appunto sfruttando la profonda conoscenza degli impianti. Un lavoro straordinario che oggi rischia di risultare vano se la proprietà non trova la via del credito. È stato proprio attraverso Umbria24, oltre un anno fa, che i vertici hanno lanciato l’allarme-appello. Eppure è ancora stallo.
L’ultima soluzione prospettata per il futuro industriale della Moplefan è l’ingresso di un industriale israeliano contestualmente all’intervento dello Stato attraverso Invitalia. La due diligence però potrebbe avere tempi lunghi e la paralisi produttiva è estremamente negativa, per le macchine, per il mercato, per l’umore dei lavoratori. In attesa di un nuovo summit al ministero, i sindacati hanno fatto il punto con consiglieri regionali, Comune di Terni e parlamentari, quelli presenti, in un confronto nella sede della Cisl ternana lunedì pomeriggio. Il messaggio alle istituzioni per una soluzione a stretto giro porta con sé un monito forte: «Il tempo è già scaduto, il rischio alto, le potenzialità ancora intatte». L’azienda ha investito milioni di euro e non vorrebbe certo gettare al vento gli sforzi compiuti sin qui. Se abbiano avuto garanzie che possono essersi perse in avvicendamenti politici o abbiano pianificato poco accuratamente la ripresa dell’attività, è una verità che detengono solo i protagonisti di questo nuovo corso. Quel che è certo è che il patrimonio industriale del polo chimico di Terni, per larga parte già perso, merita di essere concretamente difeso.
