Uno dei tanti negozi chiusi recentemente a Perugia (foto F.Troccoli)

di D.B.

Nei primi due mesi del 2013 in Umbria sono «spariti» più di tre negozi al giorno. La stima è della Confesercenti regionale che parla già di «un’ecatombe» per il 2013 se il ritmo sarà quello dei primi 60 giorni dell’anno. Secondo l’associazione tra gennaio e febbraio hanno abbassato definitivamente le saracinesche 200 negozi mentre sono solo 50 quelli nuovi. «Se il trend restasse invariato – è detto in una nota di Confesercenti -, a fine anno registreremmo la scomparsa di 1500 negozi, con le ovvie conseguenze negative su economia e occupazione»: 3.500, stando alle previsioni, i posti di lavoro che andrebbero persi. Molto esiguo inoltre il numero delle aperture dei commercianti al dettaglio: in tutto il trimestre Confesercenti stima che saranno 65, il 50% in meno dei primi tre mesi dell’anno precedente. Un settore, quello del commercio al dettaglio (specialmente gli alimentari) molto in difficoltà come testimoniano i periodici Osservatori di Unioncamere Umbria.

Negozi sfitti Una ricerca di Anama-Confesercenti mette in luce poi un altro lato della crisi come quello dei negozi sfitti: 500 mila un tutta Italia secondo l’associazione, che sono costati 25 miliardi di euro di mancati canoni e 6,2 miliardi di gettito fiscale non entrato nelle casse dello Stato. Un problema per risolvere il quale viene proposto un «tavolo tecnico», con le imprese e le associazioni dei proprietari impegnate a studiare un «canone revisionabile». Uno strumento «remunerativo per il proprietario del negozio e sostenibile per il conduttore, con un impianto giuridico concordato, condiviso dalle parti nella durata e per le pattuizioni». Più nel complesso «per arginare la deriva – è detto ancora nella nota -, è necessario agire su due livelli: da un lato occorrono politiche nazionali volte alla diminuzione degli aggravi fiscali per cittadini e imprese, per favorire il rilancio dei consumi e del mercato interno; dall’altro, è necessario intervenire sui problemi particolari del settore».

La minaccia dei piccoli comuni La crisi però non riguarda solo il commercio bensì tutto il mondo delle imprese, comprese quelle che non riescono a farsi pagare dalla pubblica amministrazione. In questa situazione così i piccoli comuni umbri minacciano di sforare il patto di stabilità che, come hanno spiegato i sindaci nel corso di una riunione nella sede Anci di Perugia, «è praticamente ingestibile dai piccoli enti e produce il blocco totale delle attività amministrative, compresa la gestione di fondi precedentemente attribuiti e in corso di spesa». I sindaci dei piccoli municipi, che osservano come in nessun altro Paese europeo tali vincoli siano stati estesi agli enti locali, «vogliono e possono pagare i loro fornitori». Perciò nel corso dell’assemblea i primi cittadini, che il 21 marzo parteciperanno alla manifestazione nazionale dell’Anci, chiesto al governo un provvedimento d’urgenza per sbloccare le risorse.

Confartigianato plaude La minaccia viene considerata «una iniziativa concreta e coraggiosa» da parte di Confartigianato Perugia che, in una nota del segretario Stelvio Gauzzi parla del problema dei ritardati e dei mancati pagamenti come «uno dei problemi più gravi all’origine della mancanza di liquidità degli imprenditori che, in questi tempi di credito scarsissimo, porta alla chiusura di molte aziende». Gauzzi invita poi a far rispettare la legge che impone pagamenti entro 30 giorni e ad «essere vigile perché la grave problematica deve essere affrontata rapidamente e senza esitazioni, chiedendo ai nuovi Parlamento e Governo di intervenire subito per applicare la compensazione secca, diretta e universale, tra i debiti degli enti pubblici verso le imprese e i debiti fiscali delle imprese verso lo Stato».