Una cava in Umbria

di Daniele Bovi

Una drastica contrazione della produzione per un settore che, comunque, contribuisce in modo importante all’economia umbra con quasi 2mila addetti e un fatturato che sfiora il miliardo di euro. Potrebbe essere questa la sintesi della relazione, approvata nei giorni scorsi dalla giunta regionale, relativa alle attività estrattive; un documento che fotografa il settore negli anni che vanno dal 2000 al 2024.

Il cemento Il quadro che emerge dalla relazione mostra innanzitutto l’andamento del comparto minerario, oggi ridotto a una sola tipologia di attività. Dopo la chiusura, nei primi anni Duemila, delle miniere di lignite di Pietrafitta e Bastardo, in Umbria restano attive esclusivamente le miniere di marna da cemento (cioè della roccia sedimentaria che rappresenta la materia prima ideale per la produzione del clinker), concentrate nei territori di Gubbio e Foligno. Nel 2024 risultano operative quattro concessioni minerarie, gestite da tre concessionari, su una superficie complessiva di 1.547,8 ettari. Si tratta di un settore fortemente legato all’industria del cemento, che ha seguito da vicino l’andamento dell’economia generale.

I numeri La produzione di marna ha conosciuto una fase di crescita costante fino al 2007, quando è stato raggiunto il picco massimo con 1,7 milioni di metri cubi estratti. Con la crisi economica globale la produzione si è drasticamente ridotta, toccando il minimo nel 2013 con 678.476 metri cubi. Negli anni successivi si è avviata una fase di assestamento, con una produzione media annua di circa 868mila metri cubi e lievi segnali di ripresa nel biennio 2023-2024. Nel periodo complessivo tra il 2000 e il 2024 sono stati estratti circa 26,9 milioni di metri cubi di marna.

Addetti e fatturato Nonostante il calo dei volumi, il comparto minerario mantiene un peso economico rilevante. Nel 2024 il settore marna-cemento ha impiegato 572 addetti, considerando estrazione, trasformazione e trasporto, e ha generato un fatturato pari a 258 milioni di euro. Le entrate dirette per la Regione derivanti dalle concessioni minerarie ammontano a circa 80mila euro annui, legate principalmente ai canoni concessori calcolati sulla superficie.

Le cave Più ampio e articolato è il settore delle cave, che rappresenta la parte più consistente dell’attività estrattiva regionale ma anche quella che ha subito la contrazione più marcata. Il numero di cave attive è passato dalle 147 del 2000-2001 alle 61 del 2025, con una riduzione del 59 per cento. La distribuzione territoriale resta concentrata soprattutto in provincia di Perugia, che ospita circa il 74 per cento dei siti, mentre il restante 26 per cento si trova in provincia di Terni.

I volumi La programmazione regionale individua 73 giacimenti coltivabili, con un volume potenziale complessivo di circa 118,8 milioni di metri cubi. Al 31 dicembre 2024 i volumi residui già autorizzati ammontano a 43,45 milioni di metri cubi. Anche per le cave l’andamento produttivo riflette le fasi dell’economia: dai quasi 5 milioni di metri cubi estratti nel 2000-2001 si è saliti al massimo di 6.451.014 metri cubi nel 2007, per poi scendere fino ai 3.119.072 metri cubi del 2024, con una riduzione del 37,2 per cento rispetto all’inizio del periodo. Nell’ultimo anno si è però registrato un incremento del 15,5 per cento rispetto alla media del biennio precedente.

I materiali Il calo non è stato uniforme sul territorio. Tra il 2000 e il 2024 la produzione è diminuita del 40,3 per cento in provincia di Perugia e del 31 per cento in quella di Terni, aumentando il peso relativo del ternano sul totale regionale. Questa differenza è legata anche alla tipologia dei materiali estratti. Le cave di ghiaia e sabbia, fortemente dipendenti dall’edilizia, hanno subito il crollo più marcato, con una riduzione del 70 per cento e una produzione scesa sotto i 300mila metri cubi nel 2024. Il calcare, che resta il materiale più estratto (fondamentale anche per la produzione del cemento), ha registrato una flessione del 57 per cento, fermandosi nel 2024 a 1.716.736 metri cubi, anche a seguito della chiusura del cementificio di Spoleto nel 2019. Il basalto ha mostrato una maggiore tenuta, con una riduzione limitata al 31 per cento e una produzione di 468.115 metri cubi nel 2024, sostenuta dagli utilizzi industriali, in particolare nel settore dell’acciaio. Argilla, arenarie e calcareniti hanno registrato cali compresi tra il 48 e il 50 per cento.

I dati Dal punto di vista economico, nel 2024 il settore delle cave ha impiegato 1.395 addetti e generato un fatturato di 654 milioni di euro. I titolari delle autorizzazioni versano un contributo ambientale per ogni metro cubo estratto, il cui gettito, dal 2015, è ripartito per il 67 per cento alla Regione e per il 33 per cento ai Comuni. Tra il 2011 e il 2024 l’incasso complessivo stimato è stato di circa 16,26 milioni di euro, con alcune moratorie concesse negli anni più difficili della crisi.

Cave e miniere Sommando i dati di miniere e cave, la produzione complessiva regionale è passata dagli oltre 8,18 milioni di metri cubi del 2007 ai 3,83 milioni del 2024. Nello stesso anno il settore estrattivo umbro nel suo complesso ha occupato 1.967 addetti e generato un fatturato pari a 912 milioni di euro.

Sicurezza La relazione dedica ampio spazio anche ai temi della vigilanza e della sicurezza. Dal 2015 tutte le funzioni di controllo e polizia mineraria sono state centralizzate in capo alla Regione. Tra il 2018 e il 2024 sono stati effettuati 351 sopralluoghi ispettivi con sanzioni, tra il 2014 e il 2024, pari a circa 1,3 milioni di euro. Nello stesso decennio poi non si sono registrati infortuni mortali, mentre su 37 incidenti complessivi 15 sono stati classificati come gravi.

Sostenibilità Accanto agli aspetti produttivi, emerge l’attenzione crescente per la sostenibilità ambientale. L’Umbria presenta buone performance nel recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, con un tasso medio di riciclo del 78 per cento nel triennio 2021-2023, superiore all’obiettivo europeo del 70 per cento. In questo contesto si inserisce anche il progetto «Proud to BEE QUARRY», avviato nel 2024, che prevede l’installazione di alveari nelle cave per favorire la biodiversità e creare un sistema di monitoraggio ambientale. Nel 2025 sono stati installati 243 alveari in circa metà delle cave attive.

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