«Ogni ritorno dal ministero delle Imprese e del Made in Italy porta il peso di tante parole, pochi fatti e rinvii ad altri appuntamenti. In parte è stato così anche per quello del 28 settembre sulla situazione Arvedi-Ast». A sostenerlo è la sezione ternana di Federmanager che trova ‘consolanti’ giusto i numeri presentati dall’azienda, relativi agli
investimenti: 516 milioni di euro (rispetto ai 550 previsti dall’accordo) già utilizzati
ed impegnati con un anticipo abbondante di un anno e di cui ben 104 per
l’ambiente e l’incremento della forza lavoro di 51 unità.

«La prova – commenta l’associazione – che l’azienda è impegnata nell’ottimizzazione dei cicli produttivi e negli obiettivi di penetrazione del mercato, ma altri numeri stanno lì a segnalare quanto questo mercato sia difficile. Un fatturato 2025 che registra una diminuzione dell’11% (c. 255 milioni) un Margine operativo lordo che va giù del 26% ed un risultato operativo con il segno meno (-53%) e quello Netto a meno 97% riflettono
le difficoltà a conseguire marginalità che assicurino una redditività necessaria per sostenere gli investimenti. In questo quadro, i gridi di allarme dei vertici Ast riguardo ai costi dell’energia e alla conseguente esigenza di calmierarli, ci restituisce l’urgenza di soluzioni che non possono richiedere anni per essere affrontate».

Nel 2025, rappresenta Federmanager – il costo medio all’ingrosso sul mercato italiano è stato pari a c. 115€/ MWh con un incremento, rispetto al 2024 del 6,6% sia per effetto delle tensioni geopolitiche ma anche per il rialzo dei prezzi dei diritti di emissione legati alla modifica dei criteri di regolazione dei sistemi di emissioni. Oggi questo valore è pari a 209,95 €/MWh contro i 157,66 della Germania o i 152 della Spagna. Questi dati ci consentono di comprendere come non sia più in ballo la capacità di concorrere quanto la stessa continuità aziendale.

Sugli impegni istituzionali, Federmanager Terni rileva come da parte della Regione Umbria sia stato confermato l’indirizzo politico di proseguire nel progetto di una società mista pubblico-privata cui conferire la concessione per le grandi derivazioni idroelettriche, ma anche che si tratta di una strada in salita e comunque non realizzabile prima del 2029. La ulteriore notizia di attivare la concessione già scaduta per la centrale di Pentima (potenza istallata di 7,4MWp) è confortante, osserva l’associazione, ma poco incide sul fabbisogno dell’Ast atteso che stiamo parlando di una producibilità media annua di 40 GWh contro un consumo dello stabilimento di oltre 1.000 di GWh.

Quanto agli impegni del Governo, è stato osservato che il costo dell’energia elettrica, da parte della Azienda ternana, è stato contenuto per effetto di due meccanismi che si
collocano al’interno di interventi correttivi il cui obiettivo è quello di rafforzare una
competitività europea rispetto ai produttori extra-Ue. L’ Interconnector che ha
portato un beneficio di circa 17 milioni di euro e l’Energy release il cui effetto positivo
ha raggiunto i 13 milioni di euro. «Ma anche per questi – è la denuncia -, i segnali di criticità non mancano in quanto il primo si chiuderà nel 2028 e per l’Energy Release la disponibilità totale non raggiunge neanche il 30% di fabbisogno. Ad una nostra domanda circa la possibilità di incrementare i 24 TW del primo bando cui si è contrapposto una richiesta di oltre 70TW non ci è stata data risposta così come non sembra abbia successo la richiesta avanzata da Federacciai di sospendere per un periodo di tempo l’applicazione degli oneri previsti dagli Ets alle centrali termoelettriche
alimentata a gas naturale per via del criterio di determinazione dei prezzi. Non è andata meglio per il contributo sull’utilizzo del rottame dal momento che è emerso che diversi provvedimenti previsti dal Decreto Bollette non sono, ancora, stati attuati. In questo contesto l’evoluzione dei costi energetici resta il principale elemento da monitorare per la siderurgia italiana sia sul fronte della competitività ma soprattutto su quello della continuità produttiva».