di D.B.
Un fondo permanente e vincolato alla realizzazione di opere pubbliche nei comuni dove sono presenti le sorgenti di acqua minerale date in concessione, oppure un aumento degli attuali canoni a carico delle ditte. Sono queste le due proposte alla giunta regionale che la commissione Attività economiche di palazzo Cesaroni, mercoledì mattina, ha deciso di fare dopo aver ascoltato i promotori della legge di iniziativa popolare che nel 2009 chiedeva più risorse per i comuni dove l’acqua viene imbottigliata. Per quanto riguarda l’eventuale istituzione del fondo permanente, questo si dovrebbe autofinanziare in percentuale con le imposte pagate ogni anno dalle ditte. Imprese che nel loro complesso, a fronte di centinaia di milioni di guadagni, pagano complessivamente alla Regione la miseria di 1,5 milioni.
La proposta di legge Se la giunta decidesse di aumentare i canoni (oggi fissati a un euro ogni mille litri imbottigliati e 50 euro per ogni ettaro in concessione), verrebbe pensato anche un beneficio fiscale per quelle imprese che si impegnano a diffondere, nelle etichette delle bottiglie commercializzate, il marchio «le acque dell’Umbria» già registrato dall’esecutivo. La proposta di legge di iniziativa popolare, sulla quale è emerso un ampio consenso della Commissione, era finalizzata invece a trasferire ai comuni umbri la titolarità delle concessioni ed a garantire agli stessi più risorse da destinare alla salvaguardia del territorio, passando dal 20 per cento di oggi fino al 70 del totale degli introiti. Trasferimento che, nel corso del dibattito in Commissione, ha fatto storcere il naso al piddino Vincenzo Riommi: «Il trasferimento – ha detto – potrebbe essere utilizzato come facile strumento per fare cassa».
L’oro bianco di Gualdo «La nostra iniziativa – hanno spiegato i promotori della legge – trova giustificazione nella realtà in cui versa il territorio di Gualdo Tadino, un comune povero ed in crisi economica ed occupazionale dopo la vicenda Merloni e il trasferimento dell’ospedale e che ha come unica risorsa proprio l’acqua, il nostro oro bianco, dato in concessione con troppa facilità dalla Regione. La Rocchetta, che al nostro territorio crea solo problemi con prelievi eccessivi, ha finito per degradare il sito ambientale, un luogo di ritrovo turistico oggi in gran parte siccitoso. Oggi ci battiamo, anche con l’imminente referendum contro la privatizzazione del bene comune acqua, ma già ora il ruolo che ha la Rocchetta a Gualdo Tadino rappresenta un classico esempio di quella privatizzazione che si vorrebbe evitare».
Possibile revoca della concessione Ad adombrare una possibile revoca della concessione alla Rocchetta è il consigliere regionale dell’Idv Paolo Brutti: «Sarà difficile – ha spiegato – trasferire la titolarità della concessione di sfruttamento dalla Regione ai Comuni. Lo stato di abbandono del sito da parte della società che imbottiglia è comunque grave e potrebbe essere motivo di revoca della concessione». Sulla situazione di Gualdo Tadino è poi intervenuto anche Riommi, una città «dove si pone tanta attenzione nei confronti della Rocchetta che dalle sorgenti preleva 12 litri al secondo, mentre l’acquedotto consortile ne assorbe 800, e di questi la metà potrebbe finire nella voragine della dispersione dovuta alle perdite dell’impianto».

