di Lucia Caruso
Una valigia di ricordi e di emozioni che si traducono in canzoni. E’ ciò che Zucchero si porta dietro nel suo Chocabeck. Al Palaevangelisti di Perugia il worldtour 2011 di Zucchero, che ha riscosso straordinario successo in tutto il mondo, scandisce la sua 76esima tappa. Grande attesa per il pubblico scalpitante che incita l’uscita del bluesman con lunghissimi applausi, dinanzi ad una scenografia mozzafiato. E’ un’enorme valigia, di quelle a spago, di cartone, come si usavano una volta, a formare il palco. La valigia che è il simbolo del viaggio, dell’andare e venire, che è scrigno di memorie e che si fa emblema della vita, di un ritorno alle origini. Quello di Zucchero si rivela un tentativo, molto ben riuscito, di profonda e dettagliata introspezione capace di scandagliare i suoi ricordi per dare vita a Chocabeck, il suo nuovo lavoro, che lui stesso definisce «l’album delle radici».
Chocabeck Chocabeck è un termine in dialetto reggiano, o ancora meglio un suono onomatopeico, composto da due parole: «choca», che vuol dire «che fa rumore» e «beck», che sta per «becco», quindi «il becco che fa rumore perché è vuoto». Una scritta che appare sul palco prima dell’inizio del concerto racconta cosa lega questa parola al cantante reggiano. «Era un’espressione che usava mio padre quando ero bambino e gli chiedevo se c’era qualcosa da mangiare. E lui per non dirmi che non avevamo niente mi rispondeva: “A ghe di chocabeck”. Per diverso tempo ho immaginato che queste chocabek fossero delle cose buonissime. E ancora …li sto aspettando». Allo scoccare delle 21.30 l’enorme valigia sulle note di «Un soffio caldo» si apre come un sipario. Lì dentro c’è Zucchero. Seduto sul suo trono. Con un dei suoi immancabili cappelli. Stretto alla sua chitarra. Accompagnato dalla sua band di 11 elementi, ognuno dei quali indispensabile per creare quel tappeto armonico musicale, che rende unici i suoi pezzi.
L’ouverture L’ouverture del concerto è affidata a brani del suo ultimo album, alternandoli ai suoi successi di sempre come «Bacco Perbacco», «Diamante», «Baila» e «Overdose d’amore». Le sedie del Palaevangelisti reggono giusto i primi pezzi. Poi il pubblico, tra l’altro per lo più adulto, si scatena sotto il palco e tra gli spalti. Adelmo Zucchero Fornaciari, classe ‘55, si diverte e fa divertire. Si percepisce subito il feeling che instaura con gli spettatori, che ringrazia per la più volte e che ad un certo punto benedice. Tutti ricambiano con grande affetto. E la sintonia è evidente anche con la sua band, con la quale gioca e scherza durante tutto il concerto.
La scenografia La scenografia segue il ritmo della narrazione. Dalla valigia escono racconti della sua infanzia mescolati a pezzi di vita di intensità vibrante, incastonati dentro scorci di paesaggi dal sapore ora dolce ora nostalgico, che riecheggiano nell’aria. Tre enormi portici in vetroresina racchiudono una grande distesa di grano dorato, uno scenario idilliaco, impresso come un quadro.
La nostalgia E tra una pioggia di petali, il volteggiare delle farfalle e una distesa di polline che si alza verso il cielo si riscopre la genuinità della vita delle campagne emiliane che si muove col ritmo delle stagioni, del giorno e della notte. Si avverte la nostalgia dell’infanzia, la gioia e la spensieratezza di un’esistenza trascorsa nella semplicità tra quel mix di immagini e parole che si fanno poesia capace di arrivare e di toccare le corde più profonde dell’animo.
Aspettando i chocabeck E fa tenerezza pensare che Zucchero stia ancora in attesa dei suoi chocabeck, come in un tentativo estremo di preservare quella speranza e quell’ingenuità di un momento che anche se non tornerà più apparterrà per sempre alla sua esistenza.

