di Noemi Matteucci
Olivier Grossetête è un artista di Marsiglia, ha 42 anni e ha dedicato gli ultimi 15 a realizzare nel mondo decine e decine megastrutture monumentali partecipate utilizzando solo cartone, nastro adesivo e la manodopera dei volontari e del pubblico che segue le sue installazioni. Il suo contributo a Terni arriva sabato 18 e domenica 19 settembre nell’ambito del Festival della creazione contemporanea, con la realizzazione, a piazza Tacito, di una costruzione ispirata a palazzo Bazzani, alta più di 10 metri e fatta con più di una tonnellata di cartone. Della partecipazione Grossetête ha fatto il suo cavallo di battaglia e il suo messaggio di artista, messaggio che racconta a Umbria 24.
LA STRUTTURA IN COSTRUZIONE A PIAZZA TACITO: GALLERY
Perché strutture monumentali?
Sono 15 anni che mi occupo di realizzare strutture monumentali in cartone. È una riflessione sull’immagine dell’architettura, sull’immagine del potere… che in poche parole… è l’architettura! Gli edifici ‘del potere’ sono sempre belli, gli altri meno. Queste costruzioni sono fatte dal pubblico, c’è dentro la gioia di costruire qualcosa insieme, qualcosa di effimero, perché poi la struttura andrà distrutta e non durerà nel tempo, ma che comunque ha il suo impatto visivo e nello spazio proprio come un edificio reale e del potere…è un po’ un modo di ridare il potere al popolo.
Come funzionano la realizzazione e l’abbattimento delle tue opere?
Le costruzioni sono realizzate solo con cartone e nastro adesivo e si creano insieme al pubblico. Si parte da un progetto vero e proprio, su carta e si estende la realizzazione a chiunque voglia partecipare. Tutti possono lavorarci e serve molta collaborazione: non ci sono gru o macchinari né durante il lavoro, né al momento dell’installazione. Il contributo umano diventa fondamentale. L’edificio finale si monta, tutti insieme, in più fasi, a partire dalla parte superiore, che viene poi sollevata e poggiata sulle basi: un vero lavoro di squadra. La fase successiva è quella dell’abbattimento: la struttura non dura nel tempo, ma viene distrutta dallo stesso pubblico, che la fa cadere, quindi salta sui cartoni per schiacciarli.
Quante persone partecipano? Quanto tempo è necessario per creare una delle tue strutture?
Ho due collaboratori e insieme arriviamo con un progetto. Le persone si uniscono man mano, e sono passanti, pubblico, volontari delle rassegne a cui partecipo: veramente chiunque. Non si può dare un numero preciso. Questo progetto è durato sei giorni e vedi lavorare venti o trenta persone alla volta, ma non sono sempre le stesse, cambiano in funzione del momento della giornata, offrono una collaborazione saltuaria o più lunga, come preferiscono. Il giorno dell’installazione, invece, sono molte di più, centinaia, direi, perché è il momento in cui serve molta energia collettiva, così come nella giornata dell’abbattimento.
Perché usare proprio il cartone? La sua leggerezza influisce? È acquistato? Riciclato?
La leggerezza è sicuramente una delle caratteristiche che lo rende più adatto al lavoro, ma non l’ho scelto solo per questo. Viene reperito localmente dal Festival o dalla rassegna, o acquistato a prezzi ragionevoli o donato da aziende e associazioni tramite partenariati, come mi capita in Francia. È un materiale facile da lavorare, chiunque può metterci mano con un coltello, delle forbici, senza essere un esperto: per questo consente a tutti di partecipare. Con il legno, ad esempio, sarebbe più complicato. In studio si creano i pezzi più particolari, che poi vengono assemblati. È interessante anche il concetto di parallelismo tra cartone e edificio nel senso di ‘imballaggio’: entrambi sono il contenitore di qualcosa, ma ciò che poi conta è il contenuto e il valore che rappresentano. Inoltre, un’edificio in cartone dà l’apparenza di qualcosa di ‘falso’, e rappresenta anche il concetto della falsità delle apparenze, del loro impatto ma del loro valore effimero. Sin dall’inizio dell’opera si sa già che questa avrà una fine, e se ne evita così la feticizzazione, dando a chi la distrugge la libertà e il piacere di abbatterla. Dopo la distruzione, il cartone viene comunque riciclato.
Il messaggio della tua opera?
Non c’è un messaggio che voglio lasciare, piuttosto direi che amo creare una situazione di condivisione e stimolare il pubblico ad apprezzare quel momento e le discussioni, gli interrogativi, le domande che si creano al suo interno. Non è una lezione accademica su ciò che io creo, con il parere favorevole o contrario di chi assiste: c’è piuttosto la bellezza di far nascere relazioni e discorsi su tematiche come l’economia, l’ecologia, le capacità dei singoli e il lavoro di squadra, anche mettendo in dubbio la bellezza o l’utilità dell’opera stessa. Ed è bello vedere che a seconda del paese, addirittura della città, in cui si opera, cambiano il dibattito e il senso di collaborazione e di organizzazione: in Francia o a Mosca si discute, lavora e costruisce con energie molto diverse da quelle che si ritrovano in Italia o in Corea.
