di Vincenzo Diocleziano
Dal 3 ottobre al 18 gennaio, la Galleria nazionale dell’Umbria ospita nella sala 39 l’esposizione «Luigi Spina. Omaggio all’Umbria di San Francesco», un progetto sostenuto da Strategia Fotografia 2024, promosso dalla Direzione generale creatività contemporanea del Ministero della Cultura. Curata da Costantino D’Orazio, direttore della Gnu, la mostra – presentata mercoledì – si inserisce nel percorso permanente del museo, dialogando con le opere che rendono omaggio al Santo di Assisi.
La mostra Il progetto arriva in un momento carico di significato: nel 2026 ricorrerà l’ottavo centenario della morte di San Francesco. Le fotografie di Spina diventano quindi un ponte tra memoria e presente, capaci di raccontare una spiritualità che «ha mantenuto intatta la sua portata rivoluzionaria anche a distanza di secoli». Per Spina il paesaggio non è solo scenografia ma luogo di rivelazione. L’Umbria di San Francesco viene interpretata attraverso un continuo gioco di movimento e stasi: l’asfalto delle strade percorse, la bruma dopo un temporale, i silenzi delle abbazie e dei monasteri. La fotografia, per l’autore, nasce tanto dal gesto del reporter quanto dall’attesa meditativa, scegliendo un punto e aspettando che il momento giusto arrivi.
Le opere La selezione in mostra raccoglie 45 fotografie, frutto di un corpus iniziale di 12 immagini, a testimonianza di un percorso che si è progressivamente ampliato. Non semplici scatti, ma frammenti di un discorso culturale e autobiografico che intreccia la sensibilità contemporanea con la forza rivoluzionaria del messaggio francescano. Le fotografie di Luigi Spina restituiscono quella sospensione del tempo tipica dei luoghi francescani, dove il passato e il futuro si annullano in favore di un presente continuo. Nei grandi formati in bianco e nero, con i loro contrasti di luce e ombra, le immagini acquistano una profondità quasi tridimensionale, suscitando emozioni che oscillano tra contemplazione e introspezione.
Da Roiter al progetto contemporaneo Il lavoro di Spina si colloca idealmente in continuità con quello del fotografo Fulvio Roiter, autore nel 1955 di «Ombrie, terre de San François», volume che ha fatto epoca. Spina non nasconde l’ammirazione per il fotografo veneto: «Mai mi sarei immaginato un giorno di trovarmi nella stessa condizione di Roiter. Ora, Roiter l’ha fatto a 27 anni, io l’ho fatto a 58 anni, quindi c’è un’interessante relazione» ha spiegato Spina, «questa distanza generazionale non è una contraddizione, ma un arricchimento: dove Roiter ha lavorato con l’urgenza giovanile, ho scelto il tempo lento della maturità, con un bagaglio di esperienze e maturità diverse, ma con la stessa volontà di confrontarmi con la spiritualità francescana».
Un viaggio tra paesaggi e silenzi Come raccontato dall’artista stesso, il suo percorso non è stato immediato: laddove Roiter aveva sintetizzato la sua visione in una settimana, Spina ha impiegato circa sette mesi di lavoro, percorrendo migliaia di chilometri tra strade, campagne e borghi umbri. Fondamentale il sostegno di collaboratori come Paolo e Valentina Bordini, che lo hanno guidato nei passaggi più complessi, accelerando un processo di maturazione che ha trovato nell’Umbria francescana il suo terreno ideale.
