Danilo Rea rilegge Fabrizio De Andrè, ed è un omaggio a tutto tondo alla musica italiana, tra jazz e canzone, quello che va in scena ad Umbria Jazz Winter. Tre recital di solo piano, il primo ieri pomeriggio (il secondo oggi alle 15.30 a Palazzo del Popolo e il terzo domani, primo gennaio, alle 18 sempre a Palazzo del Popolo) già tutti esauriti in prevendita, per celebrare l’arte del più amato e rimpianto dei nostri songwriter. Rea, che ha dimestichezza con la musica popolare ed è jazzman capace di grande senso melodico, era una sorta di predestinato. Dei temi di Faber ha recentemente inciso un intero disco (per l’etichetta tedesca Act) ma anche in precedenza, con il trio Doctor 3, aveva rivisitato alcuni classici del cantautore genovese.
Libertà nella revisione Di questi piccoli, preziosi bozzetti Danilo Rea offre una re-visione matura e rispettosa, senza mai perdere il filo della composizione ma concedendosi assoluta libertà nello sviluppo dell’improvvisazione. Il songbook di Fabrizio, quello più amato dal pubblico (La canzone di Marinella, Il pescatore, Bocca di Rosa, Carlo Martello, Via del Campo, La canzone dell’ amore perduto) c’è tutto o quasi, riciclato in lunghe suite in cui trovano posto anche citazioni da opere liriche o standards come Besame mucho. Il tutto con la naturalezza estrema che fa sembrare facili cose e soluzioni che non lo sono. Rea conduce gli spettatori attraverso complesse costruzioni armoniche ma regala loro esattamente quello che si aspettano, ovvero la ripresa dei temi tanto popolari accentuandone la cantabilità.
Un progetto che funziona benissimo Nella lucente musicalità del gran coda, le canzoni assumono significati e suggestioni sorprendenti, e Fabrizio De Andrè, che da giovanissimo, assieme ai suoi amici e colleghi come Luigi Tenco amava e suonava il jazz, ne sarebbe soddisfatto. Era un progetto atteso, questo di Rea-De Andrè, e funziona benissimo.
Le brass band Una delle proposte più curiose di Umbria Jazz Winter invece, è quella che ricicla in chiave moderna la formula della brass band, antica come il jazz. Ce ne sono due in cartellone, la Pocket Brass Band di Ray Anderson e la Brass Bang! di Paolo Fresu. In entrambi i casi si tratta di un quartetto. La prima band oltre al trombone del leader comprende la tromba di Lew Soloff, storico membro delle orchestre di Gil Evans e Carla Bley, la tuba di Matt Perrine e la batteria di Bobby Previte. Tutti musicisti che si conoscono e frequentano da tempo e che vantano quindi una consolidata sintonia. La seconda è ancora più ‘estrema’, perché la formazione prevede quattro fiati: le due trombe di Fresu e Steven Bernstein (il leader dei Sex Mob), la tuba di Oren Marshall ed il trombone di Gianluca Petrella, rinunciando in pratica a ogni accompagnamento ritmico, a parte quello della tuba. Proprio il respiro possente del basso tuba è ciò che accomuna i due gruppi, oltre naturalmente agli echi delle polifonie di ottoni, marchio di fabbrica del jazz delle origini che a cavallo degli anni dieci e venti del secolo scorso si sviluppava tra New Orleans, Chicago e New York.
Domani il concerto in duomo Assolutamente moderno è invece il fraseggio, che potrebbe avere nella Brass Fantasy di Lester Bowie un credibile punto di riferimento, ivi compreso il senso del grottesco ed il gusto della fanfara che fa tanto street band. La musica di questa nuova via alla vecchia brass band è divertente ma non solo, perché tutti i musicisti che vi sono coinvolti hanno un approccio originale al genere e vi travasano una forte sensibilità contemporanea. Se questo è l’aspetto musicalmente più interessante, Umbria Jazz si appresta però a vivere il momento ludico per eccellenza, che si traduce nei due veglioni a ritmo di jazz per festeggiare il nuovo anno. Domani pomeriggio, altro clou del cartellone è il tradizionale concerto in Duomo con il coro gospel dei Selvy Singers, una famiglia dell’Arkansas interamente votata alla cultura della musica religiosa tipica delle comunità nere americane.

