di Daniele Bovi
Uno dei libri più belli e divertenti sul cinema, e sulla vita, diventa uno spettacolo teatrale e un’occasione per conoscere sei film che hanno scritto un pezzo di storia del noir. Il 16 marzo al Postmodernissimo di Perugia andrà in scena «Truffaut intervista Hitchcock», opera interpretata dai doppiatori originali dei due registi sulla base del testo trasposto da Nicola Calocero. Uno spettacolo al quale ci si avvicinerà percorrendo per un mese una strada disseminata di suspence e terrore. Per tutto il mese di febbraio infatti, ogni lunedì all’interno della Terza sala del Postmodernissimo, che non tradisce così quello che è il suo spirito, verranno trasmessi sei film dei due registi, tre a testa.
Sei film La serie è partita martedì con «Tirate sul pianista» del maestro francese, mentre oggi toccherà ad una delle opere più conosciute di Hitchcock, «La finestra sul cortile», mentre il 17 sarà la volta de «La signora della porta accanto» di Truffaut. Il 18 in Terza sala verrà proiettato «L’uomo che sapeva troppo» (nella versione del 1956, Hitchcock infatti realizzò la prima nel 1934); poi il 23 «Finalmente domenica!» del regista francese e chiusura con «Nodo alla gola» del regista inglese. Il punto di partenza iniziale è però proprio il libro-intervista realizzato dal regista francese nel 1962 all’interno della Universal city, quando Hitchcock stava terminando il montaggio degli «Uccelli».
Il libro «Il cinema secondo Hitchcock» nasce nel contesto culturale dei Cahiers du cinema, rivista per la quale Truffaut lavorava; qui, a differenza di molti critici americani che spesso con snobismo non perdonavano a Hitchcock il successo, quasi fosse un qualcosa di incompatibile con la qualità, la grandezza di Hitchcock era stata notata. Truffaut con le sue domande ripercorre cronologicamente l’intera filmografia del regista inglese, che spesso parla della sua opera con grande severità. Pagine in cui Hitchcock rivela trucchi e segreti della sua arte, e dalle quali emerge anche il ritratto dell’uomo, dei suoi tic e delle sue nevrosi. In quasi 400 pagine c’è tutto: l’importanza della formazione all’epoca del muto (esercizio che Hitchcock consigliava anche alle nuove leve), e quindi dell’immagine, del cinema puro; il rapporto con gli attori e le attrici preferite, i meccanismi che regolano la macchina della suspense.
Un uomo pauroso E ancora la decisiva importanza data alla fase di scrittura («sogno – confessa il regista inglese – una macchina Ibm dentro la quale infilare la sceneggiatura per poi vedere il film bello e pronto uscire dall’altra parte»), i temi scelti come l’uomo innocente accusato di un qualcosa che non ha commesso, il ritratto di uomo pauroso che quella paura ha portato sullo schermo, insieme a una grande emotività. Truffaut ne parla così: «Quando si è reso conto, da adolescente, che il suo fisico lo metteva in disparte, Hitchcock si è ritirato dal mondo e l’ha guardato con una severità inaudita». E ancora: «Quest’uomo che la paura ha spinto a raccontare le storie più terrificanti, quest’uomo che si è sposato vergine a 25 anni e non ha mai conosciuto altra donna che sua moglie, sì, solo quest’uomo ha potuto mostrare l’assassinio e l’adulterio come scandali, egli solo sapeva farlo, ed era il solo che aveva il diritto di farlo».
Nodo alla gola Tra i sei film scelti per la rassegna «Effetto noir» ne sottolineiamo due. Il primo è «Nodo alla gola» (1948), uno degli esperimenti più curiosi di Hitchcock ma anche uno di quelli dove emergono le sue peculiarità. Si tratta del primo film a colori del regista, tratto da una commedia di Patrick Hamilton. Tutto si svolge dalle 19.30 alle 21.15 all’interno di un appartamento di New York: la prima scena mostra due giovani e benestanti omosessuali mentre strangolano un amico quasi per gioco e lo nascondono in una cassapanca. Poi c’è una cena alla quale è invitato anche il loro professore, James Stewart, sempre più sospettoso nei loro confronti. Come spesso accade Hitchcock, distante dal giallo dove si scopre alla fine chi è l’assassino (i «whodunit» li chiamava lui) dà subito agli spettatori tutte le informazioni, per poi inchiodarli alla poltrona. Sul piano tecnico, Hitchcock pensò di girare l’intero film attraverso una sola enorme inquadratura, senza tagli.
Il pianista O meglio, dato che all’epoca si usavano bobine da dieci minuti, Hitchcock fa sì che proprio allo scadere di ogni bobina un personaggio passi di fronte così da oscurare l’obiettivo; un attimo dopo, tutto riprende dallo stesso punto e la storia continua. La forza delle immagini emerge in una scena, ovvero quando la cassapanca trasformata in una tavola imbandita viene sparecchiata dalla cameriera: il regista mette la tavola al centro, mostra il lento andirivieni della donna che piano piano toglie tutto mentre i protagonisti sono quasi fuori dall’inquadratura, immersi in un dialogo che è puro contorno. La cameriera alzerà il coperchio della cassapanca? Il secondo film da segnalare è «Tirate sul pianista», ruolo per il quale Truffaut sceglie l’attore e cantautore Charles Aznavour. Pianista in un piccolo locale parigino, sigaretta in bocca, Charlie ha alle spalle una carriera da re degli 88 tasti e una moglie suicida; poi arriva la caduta, un fratello inseguito da due gangster, di nuovo l’amore e una fine tragica. Un film che è un pastiche di generi, un noir con al centro l’amore e la morte ma anche con una vena comica, libero e ricco di fascino.
Twitter @DanieleBovi
