di Marco Torricelli
Il telefono ce l’hanno, la posta elettronica dovrebbero saperla usare, sui social network sono attivi. Eppure, tra loro, non comunicano. Strano, perché, proprio nella peggiore delle ipotesi, qualche volta si dovrebbero ‘fisicamente’ incontrare, visto che Roberto Fabrini e Simone Guerra, assessori rispettivamente al turismo e alla cultura, fanno parte della stessa giunta comunale. Quella di Terni. Eppure sono riusciti a combinare un disastro che, oltre ad essere grave, è pure ridicolo.
Il disastro La storia inizia con una mostra, quella alla cui presentazione l’assessore alla cultura ha presenziato, e che è in corso a palazzo Primavera. Una signora mostra, per meglio dire: cento xilografie di Salvador Dalì, che illustrano la Divina commedia e che sono considerate come la più importante opera illustrativa dell’artista, riconosciuta come uno dei capolavori del Novecento. La mostra doveva restare aperta fino al 3 marzo e c’era già in calendario un fitto programma di visite, di scuole e di gruppi di appassionati: non è che Salvador Dalì, a Terni, si veda un anno sì e uno no. Ma la mostra chiuderà un mese prima. Il 4 febbraio.
L’incomunicabilità La mostra viene annunciata, gli amatori si leccano i baffi, l’assessore Guerra partecipa alla conferenza stampa di presentazione e concede la benedizione, i media ne parlano. Ma all’altro assessore, Fabrini, non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di alzare il telefono e dire, per esempio: «Scusate, ma io avevo concesso le stesse sale per una mostra di pittori iracheni, che deve iniziare il 6 febbraio». Già, perché questo è: dal 6 febbraio, lì, c’è la mostra – sul cui valore non è lecito disquisire, anche perché non è questo il tema – di pittori iracheni. «Abbiamo ricevuto una telefonata, martedì – dicono da Umbria vision network, che ha curato la mostra di Dalì – nella quale un’impiegata, molto cortese, ci avvertiva della cosa e ci chiedeva, quindi, di organizzarci per liberare le sale in tempo utile per dare il tempo di allestire l’altra mostra».
Piange il telefono Sì, una telefonata. Da «un’impiegata molto cortese». Così vanno le cose, pare, da queste parti: «La signora ci ha anche detto che, se volevamo – spiegano gli organizzatori della mostra di Dalì – potevamo rimettere i ‘nostri’ quadri dopo il 20 febbraio. Ovvio che abbiamo declinato il gentile invito». E hanno deciso che il 4 febbraio si chiude: «Ci è sembrato corretto concedere il tempo di allestire l’altra esposizione». E, poi, «iniziare subito ad avvertire, le comitive ed i gruppi che avevano programmato una visita, che non eravamo nelle condizioni di confermare le visite richieste».
E adesso? L’unica cosa certa è che la figuraccia è di dimensioni epiche: «Con quale coraggio – si chiede chi ha lavorato per portare la mostra di Dalì a Terni – ci potremo presentare in giro a proporre altri eventi del genere? A chi potremo chiedere di darci fiducia, se, per una volta che ci riusciamo, ci facciamo questa pubblicità negativa?». Ma gli assessori, almeno, si sono fatti vivi? «No, fino a questo momento no». Fino a questo momento.

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