di Marco Torricelli
Parecchia roba. Dentro le 550 pagine de ‘I padrini dell’Umbria’, il libro-inchiesta di Claudio Lattanzi, di materiale interessante ce n’è davvero molto. Il volume, presentato sabato al sempre più attivo centro sociale ‘Guglielmi’ di Terni, è un lungo viaggio ‘dentro’ una regione, i suoi sistemi di potere, i collegamenti tra politica ed economia, le tante inchieste giudiziarie che hanno avuto – ed hanno – politici e imprenditori come protagonisti. Nel senso di inquisiti e, spesso, condannati.
Foresta fossile La definizione è dello stesso Lattanzi, il cui libro, spiega, «prova a dare una descrizione ‘anatomica’ del potere in quella foresta fossile, in cui tutto è immobile o quasi, che sembra essere l’Umbria. Una regione sulla quale il sistema di controllo fa capo ad alcuni gruppi di potere impossibili da mettere in discussione». Impossibilità legata a quel «timore reverenziale, che esiste nei confronti dei potenti – non solo politici, anzi – che le tante indagini ancora in corso stanno, però, mettendo in discussione». Timore reverenziale «determinato, forse, da quella miscellanea di conformismo, rispetto deferenziale per l’autorità, tendenza alla segretezza, uniformità alle direttive gerarchiche, timore a esporsi in prima persona, che costituisce il nostro orizzonte mentale».
Gli intrecci In Umbria, dice Lattanzi, «nel gestire, spesso in maniera personalistica e clientelare, un’enorme macchina pubblica – che impiega oltre cinquantamila persone mentre gli umbri che campano di politica sono quattromila – gli uomini di partito (per partito intende il Pd; ndr) intrattengono rapporti, spesso anche ambigui, con alcuni colonnelli del centro-destra che coltivano orticelli molto personali». Sotto la macchina del consenso «c’è un mondo importantissimo, e spesso poco individuabile per l’opinione pubblica, che è rappresentato dalle cooperative ‘rosse’, che controllano una fetta enorme dell’economia regionale e detengono un monopolio quasi assoluto nel campo degli appalti pubblici.
Corsi Interessante, di solito, è quando uno dei personaggi chiamati in causa in un libro-inchiesta ha l’opportunità di replicare all’autore. Sabato l’occasione ce l’ha avuta Sandro Corsi – il presidente della cooperativa Actl, più volte citata nel libro – arrivato con una copia del volume evidentemente ‘provata’ dalla consultazione e una sporta, nel vero senso della parola, di appunti. Nessun numero contestato, di fatto e nessuna circostanza chiarita. Tra una dotta citazione e l’altra, solo un paio, forse tre e per la verità sgradevoli, di accenni a «fare maggiore attenzione» a dove e come ci si documenta, perché altrimenti il confronto potrebbe spostarsi «in altre aule». Il pubblico non ha apprezzato, ma la curiosità di saperne di più è aumentata. Un libro, di solito, serve anche a questo.
La replica E serve anche a riflettere. Come ha fatto lo stesso Sandro Corsi che, infatti, spiega la sua posizione: «Confermo la sporta di appunti, le cosiddette ‘citazioni dotte’ ed altro – dice Sandro Corsi – ma credo e insisto che la rappresentazione dell’Umbria e dei suoi cittadini offerta dall’autore non sia veritiera, anche se è giusto riconoscere, che i problemi connessi all’eccessivo peso della macchina pubblica complessivamente intesa sono assolutamente reali». Poi entra nel vivo: «Ho anche chiarito che la Cooperativa Sociale ACTL non nasce certo per l’azione dell’allora PCI né lo stesso partito era a conoscenza della mia elezione a presidente della stessa nel 1982 e parimenti che il riferimento alla cosiddetta ‘giunta del sindaco Todini falcidiata dalla tangentopoli ternana del 1993 ‘ (pag. 176) riguardava la giunta precedente al mio ingresso, come di altri durato 3 – 4 mesi e nel quale proprio in ragione di un necessario e dovuto rinnovamento le deleghe del mio assessorato erano non proprio gestionali e di potere ma appunto di idee e di innovazione sicuramente in quegli anni ma anche oggi. Credo inoltre che lo scrittore sappia che in quegli anni, ancora la legge 142 non aveva efficacia, gli assessori non erano decisi dal sindaco (Todini) ma indicati dai rispettivi partiti, per me dall’allora PCI-PDS del quale sono onorato di essere stato un iscritto, grazie all’esempio di Enrico Berlinguer e poi dirigente».
