L'Allegoria del colle della Sapienza disegnata da Pintoricchio

di Daniele Bovi

Sfuggire a Lucifero e raggiungere la salvezza. Non si parla dei nomignoli affibbiati in questa calda estate dai meteorologi agli anticicloni né, quindi, del temporaneo refrigerio raggiunto in qualche località di mare o di montagna. La salvezza è quella eterna e il percorso per conquistarla, di una bellezza strabiliante, è quello tracciato dalle 56 tarsie del pavimento del Duomo di Siena. Di solito tenute coperte da fogli di legno pressato per preservarne tutto lo splendore, è ora possibile ammirarle a partire da sabato scorso fino al 24 ottobre prossimo. Vasari ne parlò come del «più bello, grande e magnifico pavimento che mai fusse stato fatto». Wagner, secondo quanto annotato dalla moglie nei diari, visitandolo si emozionò fino alle lacrime. Un’occasione imperdibile, a pochi chilometri dall’Umbria, per visitare uno dei grandi capolavori dell’arte italiana.

Una costruzione lunga e complessa Capolavoro dalla costruzione lunga, complessa e fortemente intrecciata a quella che è la storia della città. La fase «creativa» va avanti dalla fine del Trecento al Cinquecento, quando vi lavorano grandi artisti senesi come Domenico di Niccolò, il Sassetta, Domenico di Bartolo, Pietro del Minella e Antonio Federighi. E poi ancora Urbano da Cortona, seguace di Donatello, Francesco di Giorgio Martini, Domenico Beccafumi e Matteo di Giovanni. Sul pavimento del Duomo c’è poi la «firma» di un grande umbro come Bernardino di Betto, il Pintoricchio, che ha disegnato uno dei riquadri più suggestivi ed evocativi, quello dell’Allegoria del colle della Sapienza visibile lungo la navata centrale. Disegno per il quale Pintoricchio fu pagato il 13 (o il 15) marzo del 1505 e realizzato mentre il maestro umbro lavora agli affreschi della libreria Piccolomini. Nei secoli successivi, fino all’Ottocento, si susseguono restauri e vere e proprie aggiunte realizzate da altri artisti.

La lupa senese tra i simboli delle città alleate. A destra in basso, Perugia. In alto a destra, simboleggiata dall'oca, Orvieto

Il senso Anche l’interpretazione del messaggio complessivo dell’opera restituisce la sensazione di un insieme affascinante. Lo storico tedesco Friedrich Ohly, in uno studio del 1977 parla di un disegno ideale vasto e complesso che parla della storia del tempo, dell’uomo e della salvezza. Il viaggio ideale parte all’ingresso, sulla navata centrale dove appare la figura di Ermete Trismegisto, il sapiente egizio che simboleggia l’inizio della conoscenza terrena. Si prosegue poi con un accenno storico, ovvero con la rappresentazione della Lupa Senese che allatta i gemelli Seno e Aschio, circondata dalle città alleate tra le quali compaiono Perugia e Orvieto. Arriva poi l’Allegoria con il suo potente carico di significato e con la promessa, per chi farà la fatica di salire il colle, di un compenso fatto di serenità. A destra della Sapienza Cratete disegnato mentre getta a mare un canestro pieno di ricchezze, a sinistra Socrate nell’atto di ricevere la palma.

Le Sibille Le navate laterali sono invece occupate dalle Sibille, simboli della rivelazione di Cristo all’umanità antica. Disegnate con gusto classicheggiante, le dieci sibille (Eritrea, Ellespontica, Delfica, Frigia, Samia, Tiburtina, Cumea, Cumana, Persica e Libica) provengono dai vari paesi del mondo allora conosciuto e sono state inserite nel pavimento proprio per impersonificare l’universalità del messaggio cristiano. Figure che parlano della pre-rivelazione e tramite le quali si allude al Dio venturo. Avvicinandosi (non a caso) verso l’altare, si scoprono le storie bibliche: nell’esagono centrale, sotto la cupola, ci sono le vicende di Elia e di re Acab, mentre ai lati le imprese militari del popolo ebraico vicino alle quali, poi, è stata inserita la Strage degl’Innocenti.

La Strage degl'Innocenti di Matteo di Giovanni

Elia e Mosè Dietro alle storie di Elia ci sono quelle di Mosè del Beccafumi, il cui splendore è dovuto anche all’uso di marmi di più colori allo scopo di restituire il gioco delle ombre. Le storie bibliche si concludono con quelle di Davide mentre risalgono all’Ottocento (gli originali erano del Quattrocento su disegni di Martino di Bartolomeo), e si trovano intorno all’altare, i cinque tondi con le virtù teologali. Impossibile non concludere il tour spostandosi di qualche metro, all’interno del museo dell’Opera del Duomo dove è conservata la Maestà di Duccio di Buoninsegna, venerata dai senesi e una delle vette più alte del Trecento e dell’arte italiana al cui trasporto in Duomo, come narrano le cronache dell’epoca, partecipò l’intera città in festa. Per tutte le informazioni www.operaduomo.siena.it

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