Roberto Saviano a Perugia - foto Luigi Martino

di Lucia Caruso

“Nessuna paura che mi calpestino, calpestata l’erba diventa un sentiero”. Per raccontare la lezione di giornalismo e di vita che Roberto Saviano ha tenuto in occasione del Festival internazionale di giornalismo, occorre partire dall’epilogo della serata. E’ affidandosi a questo  verso, “che da senso a tutto”, e che si fa sintesi delle scelte fatte e degli errori commessi, che lo scrittore napoletano trova la risposta all’interrogativo “In nome di che cosa sto rinunciando a tutto?”. Queste parole arrivano a lui “come una terapia, come una carezza mentre sta prendendo a pugni un muro” e le dispensa al pubblico, ai giornalisti in particolare, come antidoto alla paura e al silenzio.

Nonostante la pioggia sono centinaia le persone accorse sabato 27 aprile al teatro Morlacchi per lo special guest di questa settima edizione del Festival del giornalismo. “E’ bello essere qui in una città così bella e complicata come Perugia, in questo festival che mette insieme diverse anime legate dal bisogno di verità”. Ed è a queste anime che si rivolge nel narrare il sacrificio per poter raggiungere la verità e per aprire una riflessione sul peso specifico della parola.

La conoscenza Quella che Saviano pone sotto i riflettori è  un’Italia divorata dalla mafia,da questo “meccanismo raffinato di cui è complicato parlare”. Ma è proprio parlarne e pretendere che se ne parli,  facendo in modo che la conoscenza e quindi la coscienza si allarghi intorno a questi temi impietosi, pericolosi e difficili, da raccontare ma anche da ascoltare e da comprendere pienamente nella loro complessità, che si può trasformare il quotidiano. “La conoscenza – spiega Saviano – è fondamentale perchè diventa vero agire contro il dominio di questo meccanismo. La parola si fa azione. E quando ti arriva ti trasforma. Il vero vaccino contro tutto questo è la conoscenza, la capacità di comprendere. Diffondere questa storia per me è l’unico modo per sperare in un cambiamento”.

Zero zero zero Reduce dal successo mondiale di ‘Gomorra’, Roberto Saviano torna dopo 7 anni a rivelare storie di criminalità organizzata con il suo nuovo libro ‘Zero zero zero’, partendo dal prodotto: la cocaina, il “bancomat delle organizzazioni”. “La più grande economia del pianeta, parliamo di 400miliardi di dollari, è  il narcotraffico. Quando nei porti arrivano i container carichi di coca non sta arrivando solo droga, ma liquidi, denaro. Con un chilo di coca si guadagna dai 180 ai 200mila euro. E quel denaro si trasforma in appalti, costruzioni, supermercati, hotel, progetti. Il denaro entra mentre la politica ignora e la stampa delega. Tutto questo lo viviamo come se la cosa non ci riguardasse. C’è sempre e solo una risposta: tanto si ammazzano tra di loro…è un fatto loro”.  Saviano non esita a dare la responsabilità del silenzio assordante anche al governo, che non vede tutto questo come un’emergenza e che esula questo tema dalla campagna elettorale, e ai giornalisti, in qualche caso anche dentro la struttura di reclutamento e in qualche caso invece forse poco attenti, restii nel trattare l’argomento. Il cerchio, che coinvolge l’intera società, si chiude con il sistema finanziario, complice di queste dinamiche perverse.

Mafia e banche“Il fragilissimo sistema bancario italiano, – sottolinea – negli anni non si è mai tutelato. La struttura finanziaria entra in dialettica con la struttura mafiosa perchè è certa che il denaro ce l’ha. Le organizzazioni mafiose cominciano a diventare interlocutori importanti: sono strutture che danno garanzie”. “La mafia è una classe dirigente silenziosa”, che al contrario di questa nostra Italia sregolata ha regole ferree.

L’Italia e Perugia “Il problema viene considerato il Sud Italia – spiega Saviano –  ma è lo stesso stato italiano a dichiarare che la più grande economia è quella mafiosa. Nella nostra penisola c’è stato un aumento incredibile di rapine, furti in casa, e non sono più singoli episodi ma strutture organizzate. Tutto questo rappresenta un paese che si sta sfaldando. E – riferendosi agli ultimi fatti accaduti chiede: le storie a cui abbiamo assistito ultimamente quanto contano in una regione meravigliosa come l’Umbria?”. Non poteva mancare un riferimento a Perugia che “è uno snodo fondamentale del traffico di coca ed eroina”. E ammette che “è bello poter dare proprio da questo palco una grande speranza”, senza la presunzione di sapere la soluzione, ma rimarcando l’accento sul bisogno di approfondire e di capire, per conoscere e far conoscere.

Citando Leopardi continua a rivolgersi ai giornalisti: “l’umanità non odia il male, non odia chi gli fa male, ma odia chi lo racconta. La condivisione dunque fa paura. E incita i colleghi ad essere più forti della paura, perchè “quando uno scrittore trova un elemento, una traccia, che gli permette di guardare il mondo diventa un’ossessione” e quest’ossessione fa percorrere storie capaci di dare risposte. E così spuntano ricchezze inaspettate. Anche se raccontare è difficile, “quando decidi – infatti – di raccontare non c’è un modo di farlo col paracadute”, occorre sempre tenere a mente che “la conoscenza rende liberi”.

 E’ in questo paradosso che vive Roberto Saviano. Perseguitato dalla necessità di raccontare la verità, che è diventata ormai un’ossessione, porta con sè la sua condanna a morte, come un fagotto pesante sì, ma mai più pesante del silenzio. Ed è proprio dal palco del Festival internazionale del giornalismo che lancia il suo appello agli italiani, e ai giornalisti in particolare, esortandoli ad essere testimoni di verità, perchè “è questa la sola arma che comincia a far arretrare il buio”.

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