di Lucia Caruso
«Non era mica un campo di grano, di patate o di barbabietole» quello in cui per 40 lunghissimi anni visse Tonino Cantisani. Era un campo di prigionia nell’ Albania del regime.

Tonino, figlio di padre italiano e madre albanese, un uomo posato, dalle movenze delicate, dall’ingenuità di un bambino, mosso dal sogno di libertà, tenta di ricostruire la sua storia, che è poi è la storia delle centinaia di italiani, figli di militari, rimasti prigionieri del regime dittatoriale albanese. Costretti a lavori forzati, a torture continue. Dimenticati da concittadini e familiari allora. Dimenticati oggi dai libri di storia. E Saverio La Ruina porta all’attenzione del pubblico, al Teatro di Sacco a Perugia, un drammatico evento storico lasciato nell’oblio, quasi spinto dall’esigenza di restituire, in qualche modo, dignità.

Affascinato dai colori delle stoffe Tonino, che nel campo aveva imparato a fare il sarto, affascinato dai colori delle stoffe, guarda il mondo con quegli occhi e lo riporta a noi come un susseguirsi di tele variopinte, dalle tonalità vivaci e stravaganti, quelle che vedeva quando provava a dimenticare il grigio del campo. Ed è in questa discrasia cromatica, tra i colori belli dei ricordi, dei sogni, dell’amore e quelli tristi e monotoni della difficile e dolorosa realtà del campo che Tonino si racconta, partendo dalla sua infanzia, affidandosi a continui sbalzi temporali. Alcune immagini gli sono rimaste talmente impresse che ha memoria dei dettagli più reconditi. Dopotutto quei 40 lunghissimi anni li ha vissuti catapultato nei ricordi. Pare di vederlo seduto al tramonto, mentre aspetta che passi l’aeroplano. E fa una tenerezza che stringe il cuore quando narra di questa visione di un’Italia «bellissima», «con le città più belle del mondo», «piena di pittori, di musicisti e cantanti», come gli diceva sempre il padre. E gli occhi di questo bambino è come vederli negli occhi di Tonino, ormai adulto, pieni di incommensurabile entusiasmo per il mito del ‘bel Paese’, in cui immaginava di trovare «un’orchestra, con la gente che suonava, ballava e cantava», scendendo dal treno. Ma quando finalmente arrivò con la sua famiglia in Italia «non suonava e ballava nessuno – racconta Tonino stretto dall’emozione – anzi ci hanno tenuti bloccati cinque giorni in questura e zitti, e se reclamavamo ci guardavano pure storto e zitti lo stesso».

La libertà fa da eco in tutto lo spettacolo. Prima soffocata, maltrattata, offesa, disonorata. Poi sognata, inseguita, agognata. Infine raggiunta. «Finalmente ero libero di stare, di stare e basta», sottolinea Tonino, proprio a voler rafforzare il senso di quella condizione che dovrebbe essere normale ma in quel momento è «eccezionale, straordinaria. Come si può raccontare?», si domanda, colto dall’impossibilità di esprimere a parole un’esperienza così bella, così forte che è la libertà dopo 40 anni di prigionia in cui non puoi scegliere neanche dove stare. E ti abitui a tutto. Persino alle botte, perché a un certo punto «non fanno più male», ma «a non poter stare con chi vuoi e dove vuoi non ti ci abitui».

Italianesi Il titolo, ‘Italianesi’, da sostanza al senso di sospensione tra l’identità italiana e quella albanese, ed in questo sradicamento continuo (Tonino è «italiano in Albania» e albanese in «Italia»), che poi sarà anche familiare, (visto che non riuscirà a ricostruire il rapporto col padre), pare smarrirsi il senso dell’esistenza. Ma c’è l’amore, che in mezzo a questo dolore assume una forza e una bellezza inverosimile: l’amore di sua madre che, quando viene allontanata da suo marito, si attacca così forte alle tasche della sua giacca che le rimangono in mano; poi c’è l’amore della «ragazza gentile» che si fa rinchiudere nel campo per stare vicino a Tonino e lì partorirà i loro due figli; e c’è l’amore per suo padre, figura che Tonino per anni immagina, sogna, idealizza, che poi cercherà e troverà, ma di cui ne avvertirà la distanza; e poi c’è l’amore per Leoncino e l’amore di Leoncino, suo figlio, che è fatto di intese silenziose, di gesti affettuosi, di una complicità che emoziona. E risiede proprio nell’amore la risoluzione del dramma.

La scenografia Nella scenografia spoglia, tesa a sottolineare la condizione di solitudine e di isolamento dei lager, nella quale è un gioco di luci e ombre che si susseguono a dare ritmo alla narrazione, si muove il corpo esile di quest’uomo, reso ancor più fragile dal suo zoppicare. Una sedia mobile, di metallo, spoglia anch’essa, gli permette di sedersi, di tanto in tanto, mentre si aggira per la scena vuota fino a riempirla della sua presenza. La gestualità di questo personaggio è intensa, fatta e fitta di sguardi che inducono a una sofferenza partecipata, che narrano del dolore, ma anche di tenere e ingenue illusioni, di sogni. E’ una gestualità in cui il movimento delle mani non solo materializza concetti, ma disegna particolari.

Le musiche di Roberto Cherillo, suonate dal vivo, come un soffio caldo, come a venir fuori da uno sfondo nebbioso e fumoso, accompagnano per mano l’azione. E’ un pentagramma di note delicate in sintonia con la delicatezza del racconto e dei sentimenti.

L’interpretazione di Saverio La Ruina è magistrale. Da corpo e anima al suo personaggio. La sua parola possiede una straordinaria forza evocatrice, capace di catapultare il pubblico in luoghi e tempi lontani, attraverso colori, suoni, gesti, descrizioni minuziose di paesaggi, personaggi e situazioni, dettagli che permettono di entrare subito nella storia e di viverle in simbiosi col protagonista. E’ possibile quindi condividere con lui lo stupore, l’ingenuità, il dolore, la rabbia, la forza, l’amore. Perché è una storia fatta di stupore, di dolore, di rabbia, di forza e d’amore, quella che La Ruina sceglie di raccontare.

Il finale E’ nel finale, accompagnato da uno sfondo su cui le luci disegnano un tricolore, che si svela l’estremo tentativo dell’ ultima opera del regista calabrese, che è in fondo un omaggio a questa nostra Italia. Un’Italia che, se anche lontana dai racconti mitici e dagli sguardi disincantati di chi non l’hai mai vista, invoca, quasi con sacra devozione, un senso di appartenenza, di profondo e innato affetto.

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