di Daniele Bovi e Margherita Ciubini
Che cosa sono un museo e un’opera d’arte? Le risposte possono essere molte, l’ultima delle quali è il set di un matrimonio e lo sfondo di una foto ricordo. Alcuni esempi di trasformazione del patrimonio artistico in tal senso non mancano nel nostro paese e l’ultimo riguarda Sansepolcro, a un passo dal confine umbro. Lì la giunta guidata dall’ex consigliere della Provincia di Perugia Daniela Frullani sta varando il nuovo regolamento sulle unioni civili. In base a quanto emerso nei giorni scorsi i novelli sposi per il fatidico «sì» avranno a disposizione anche le sale del museo comunale. Il regolamento, che dovrà superare il vaglio della Sovrintendenza, prevede un tariffario che va da 500 a mille euro per le sale e gli artisti meno ‘quotati’ fino ai cinquemila del top di gamma, la Resurrezione affrescata da Piero della Francesca in una delle sale del duecentesco Palazzo dei Conservatori.
La più bella Il famoso scrittore Aldous Huxley lo definì «la più bella pittura del mondo» e, si racconta, furono queste parole a salvare Sansepolcro dai bombardamenti degli alleati. Settant’anni dopo la Resurrezione dovrebbe non subire anche il ‘bombardamento’ di riso e confetti, dato che la giunta nel regolamento vieterebbe almeno il lancio di graminacee e mandorle ricoperte di zucchero colorato. Gli sposi poi dovrebbero fare una dura selezione degli invitati che non potrebbero essere più di cinquanta, mentre la cerimonia non dovrebbe durare più di trenta minuti. Una decisione, quella di sfruttare anche le sale del museo, che pare dovuta alle numerosissime richieste pervenute negli ultimi tempi.
Coreografia La Resurrezione rappresenta, come disse Roberto Longhi nel suo celebre saggio dedicato al pittore biturgense, «un momento […] fra i più salienti il più trionfale, del mito cristiano». Non si capisce perciò quale motivazione essenziale dovrebbe condurre un coppia di sposi che scelgono il matrimonio civile a celebrare il rito al cospetto di un’effigie di Cristo. Il gesto, pur ammantato di una vaga volontà di appagamento estetico (lo stesso che viene d’altra parte riservato con la medesima facilità ad un celebre dipinto di Monet piuttosto che al Partenone o all’ultimo ritrovamento, vero o presunto, di un’opera del Caravaggio) non può non tradire la trascuratezza di fondo per il significato vero di un’opera, che seppur proveniente da un tempo lontano e diverso dal nostro, non ha certo bisogno di essere mistificata e ridotta a generica coreografia.
La funzione del patrimonio Anche volendo trascurare tale sbavatura concettuale sul tipo di rito che si va a officiare, rimane comunque un ‘misunderstanding’ insuperabile sul significato di ‘patrimonio culturale’. E se da parte della coppia si può giustificare una mancata consapevolezza di cosa sia un’opera d’arte pubblica e più in generale un museo, tale ignoranza non è ammessa da parte delle istituzioni. Tornando quindi alla domanda di apertura la risposta più esauriente viene dal Codice dei beni culturali che, all’articolo 101 spiega che il museo è «una struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio». Con il 111 invece si sottolinea che la valorizzazione da parte degli enti pubblici deve rispettare i principi di «libertà di partecipazione, pluralità dei soggetti, continuità di esercizio, parità di trattamento, economicità e trasparenza della gestione». Quanto arriva dagli incassi poi (articolo 10) deve essere destinato a valorizzazione e incremento del patrimonio. Tutto in ossequio a quanto detto nel più originale articolo della Costituzione, il nono, che non ha eguali in Occidente: «La Repubblica – è scritto – promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione».
Non un set Insomma un museo non può diventare il set di un matrimonio, non può avere un differente tariffario per diversi tipi di utenza, non può essere preso ‘a noleggio’, neppure per trenta minuti. Non dovrebbe neppure essere un luogo statico e chiuso, ma al contrario, quanto più possibile attivo e fruibile. Un luogo dove una gioventù sgrammaticata dovrebbe ricercare quella alfabetizzazione all’arte figurativa, da tempo troppo trascurata, ma indispensabile per la comprensione del mondo in cui viviamo.
Legislazione L’Italia vanta una stratificazione di patrimonio culturale che non ha pari (sulla quale girano cifre perfino esagerate come il 60 % del patrimonio mondiale) e che non è certo dovuta ad una nostra maggior produttività o bravura nel corso di secoli e millenni. Piuttosto è stata possibile perché in Italia, molto prima che altrove, si è formata una coscienza storico-artistica che ha prodotto legislazioni conservative in tempi non sospetti (si sta parlando di stati preunitari, fino a risalire al XV° secolo). Se nelle stesse pagine del sito del museo civico di San Sepolcro si legge che «nel diciannovesimo secolo si diffuse a Sansepolcro una vera e propria cultura della conservazione, tant’è che oramai l’organizzazione della Pinacoteca non era più un fatto isolato e locale ma coinvolgeva anche degli esperti che, di pari passo con la fortuna letteraria di Piero (Roberto Longhi, Mario Salmi, Kenneth Clark e Rudolf Wittkower), dimostravano un crescente interesse per la Valtiberina», non si capisce come, giunti nel nuovo millennio, si vorrebbe andare contro una così emerita tradizione.
