C’è molta Umbria nel “Cantico” che nei giorni scorsi a Seoul ha chiuso l’International dance festival. Sì, perché se Francesco d’Assisi è approdato nella principale manifestazione di danza della Corea del Sud il merito è anche di due spoletini, Andrea Paciotto, regista e ideatore dello spettacolo, oltreché da anni docente al Seoul institute of the arts, e Claudio Scarabottini, direttore musicale della rappresentazione.
Al pubblico coreano è stato presentato un “Cantico” in cui, intanto, San Francesco è comparso soltanto all’inizio e alla fine dello spettacolo su un tablet portatile, attraverso un volto e una voce ricostruiti e generati con l’impiego dell’intelligenza artificiale, che è stata alimentata da un ampio archivio di materiali.
Il progetto, interpretato da sette artisti coreani, non ha ricostruito in modo lineare la vita del santo né ha portato in scena costumi medievali o sai francescani, ma ha esplorato per circa un’ora la trasformazione dello sguardo di San Francesco, passato da «una vita orientata al successo e al possesso a una condizione in cui l’altro, la fragilità, la natura e persino la morte vengono percepiti all’interno di una relazione più ampia con la vita e la creazione», per dirla con le parole di Paciotto.
A guidare lo spettacolo prodotto dall’Istituto italiano di cultura di Seoul, infatti, è stata la volontà di presentare un “Cantico” «concentrato su ciò che dell’esperienza di Francesco può ancora parlare al presente», affinché il pubblico coreano potesse entrare nello spettacolo attraverso «domande semplici e universali: come stiamo usando la vita che abbiamo ricevuto? A che cosa dedichiamo il nostro tempo e la nostra energia? Che cosa continuiamo a inseguire?».
Interrogativi, questi, sollecitati attraverso «movimento e musica dal vivo, voce e immagini, materiali naturali, luce e suono», ma anche composizioni musicali che portano la firma di altri due italiani, Fabio Mina e Francesco Savoretti, il primo di Riccione e l’altro di Pesaro. Fiati e percussioni a Seoul si sono intrecciati col gayageum, strumento tradizionale, e alla narrazione musicale degli altrettanto tradizionali pansori.
Per Paciotto «il pubblico coreano ha risposto con grande partecipazione e calore», come è emerso nell’ambito «della conversazione con gli artisti seguita alla rappresentazione, durante la quale gli spettatori hanno prolungato il confronto attraverso interventi e domande sulla musica e sui materiali, sui gesti e sulle modalità di lavoro in un contesto interculturale, oltreché ovviamente sui temi e simboli legati alla figura di San Francesco», ha concluso Paciotto.
