Giornalisti e curiosi lungo la Croisette (Foto Umbria24.it)

dal nostro inviato a Cannes Gordon Brasco

Sigaretta, l’ultima prima di entrare in sala e rivedere Banderas diretto da Almodovar, una specie di viaggio nel tempo visto che sono passati quasi vent’anni dall’ultimo film insieme. Il collega spagnolo guarda la folla che si accalca all’entrata e sentenzia un laconico «Es un Infierno». Non so se si riferisce al caldo tremendo o alle scene dantesche cui assistiamo, forti della corsia preferenziale riservata ai giornalisti. Tutti in fila all’entrata, sotto il sole. I più sudano con dignità: sono i tedeschi e gli inglesi. Altri si tirano bottigliate d’acqua neppure fossero all’Acquafan, «Giovàààà l’acquaaaaa» …italiani appunto.

Francesi presi da Strauss-Kahn I francesi nicchiano ma se gli arriva qualche schizzo di refrigerio non si lamentano, è che ancora sono storditi dallo scandalo Strauss-Kahn e qualsiasi cosa li possa distrarre da quell’incubo mediatico va bene. L’aria è pesante, non si può negare. Le vicende americane hanno in qualche modo adombrato il 63esimo festival di Cannes. C’è voluto Lars Von Trier che straparlava di nazismo per dare uno scossone a una platea di giornalisti occupati per lo più a consultare i propri cellulari in attesa di veline da New York. Ma è stato un lampo a ciel sereno, cose che non lasciano traccia. L’umore francese non migliora e travolti da quest’ondata di pessimismo cosmico e teorie su complotti transoceanici degni di un copione del miglior X-Files, l’intera manifestazione si veste a lutto.

Cannes si veste a festa per gli undici giorni di festival (Foto Umbria24.it)

Sono i buffet le agorà del Festival Poche le starlette che si spogliano sulla croisette nella speranza di finire su qualche giornale scandalistico. Ancora meno le feste dei produttori che si trincerano dietro «la crisi» per non urtare gli umori transalpini. «Per fortuna ci sono i buffet» esclama il collega tedesco. Già …i buffet. La vera agorà del Festival dove le quotazioni dei film sono reali e non dettate da marchette giornalistiche o pressioni delle major.

Senza pietà, tra una tartina e l’altra E allora tra una tartina nera e una rossa si snocciolano i film in concorso tagliando e cucendo come in sartoria. Giudizi come fendenti di rasoi che le riviste di cinema si guarderanno bene dal riportare, troppo duri perché siano pubblicati: Melancholia? «Von Trier ha dovuto scomodare Hitler per far parlare del suo film», Habemus Papam? «Moretti è a Cannes solo perché ha degli amici qui, il film è carino ma il Festival è per altri calibri», «Malick è pazzo, (in concorso con The Tree of Life) a suo merito va detto che il film è la migliore rappresentazione di LSD mai messa su celluloide», La piel que habito di Almodovar è sconcertante, se andasse a ritirare la Palma d’Oro con una parrucca stile Carrà io voterei per lui», «Avete visto l’Apollonide?? (L’Apollonide-Souvenirs de la maison close di Bertrand Bonello) Dio che palle…avrei voluto morire», «The Artist (regia di Michel Hazanavicius) è fenomenale ma visto chi lo sponsorizza mi toccherà stroncarlo senza appello», «Hai visto il film della Foster (Mr. Beaver)? Secondo te quanto ha pagato Mel (Gibson) per avere quella parte e scrollarsi via l’immagine di maniaco violento dopo la storia con la moglie?».

Fotografi e giornalisti assiepati sotto una delle tante attrazioni delle major (Foto Umbria24.it)

Il pubblico bovino Undici giorni di buffet. E di stilettate. Di giudizi caustici che non vedranno mai la luce perché «il grande pubblico è bovino – sentenzia la responsabile di un ufficio stampa da centottantamila dollari l’anno – va indirizzato al mattatoio senza rivelargli dove sta andando». Ovvero anche di fronte a una boiata colossale bisogna sempre scrivere che il film «non è male», che «merita la visione». Così i film incassano, la Major sono felici, gli spettatori si sentiranno degli idioti per non aver capito il film e noi saremo ancora qui tra un anno, all’ombra di chissà quale scandalo internazionale, sfamati ancora dai buffet.

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