L'area del ritrovamento (foto U24)

di Daniele Bovi

I lavori di rifacimento di un tratto di fognatura restituiscono uno dei pezzi più importanti della storia di Perugia. Lunedì infatti i tecnici della Soprintendenza per i beni archeologici erano all’opera, dietro la sede regionale della Rai di viale Indipendenza, su un cantiere dal quale sono emersi pezzi di quella che sembra essere la Tenaglia della Rocca paolina. «Sul lato che guarda verso l’hotel Iris – spiega a Umbria24 la dottoressa Luana Cenciaioli della Soprintendenza – è stata trovata una struttura che sembra essere una parte della Tenaglia della Rocca. Adesso si vede solo un tratto di circa 3-4 metri, i nostri tecnici lavoreranno per ripulire l’area e fare ulteriori verifiche». Sul cantiere poi si vede «anche una parte – spiega Cenciaioli – del pavimento sottostante che dovrebbe risalire ad un periodo che va dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento».

La storia Se, come pare, fosse veramente un pezzo della Tenaglia della Rocca si tratterrebbe di un ritrovamento assai significativo dato che, fino ad oggi, non erano emerse tracce della struttura, parte di quella fortezza demolita a furor di popolo dai perugini dopo l’unità d’Italia. Per oltre tre secoli infatti l’imponente struttura voluta da papa Paolo III è stata il simbolo dell’oppressione pontificia. I lavori di costruzione iniziano nel giugno del 1540, dopo quella guerra del sale che ha fatto perdere in modo definitivo a Perugia le sue libertà. Papa Farnese chiama a costruire la fortezza Antonio da Sangallo, che all’inizio pensa a un palazzo fortificato. Almeno tre, secondo i disegni conservati agli Uffizi, i diversi progetti concepiti dall’illustre architetto. La struttura più che per difendersi dai nemici esterni serve a proteggere il potere pontificio dai perugini e, a testimonianza di ciò, c’è il progetto finale di quello che sarà un vero e proprio gioiello dell’architettura militare del Cinquecento.

FOTOGALLERY: IL RITROVAMENTO

La fortezza La mente del Sangallo e la volontà del Papa (a Perugia per ben sette volte in poco tempo per controllare i lavori) concepiscono un complesso con una struttura centrale e poi, verso sud, ovvero verso l’attuale Santa Giuliana, una Tenaglia (chiamata anche forbice), cioè un’altra struttura fortificata collegata alla prima da un braccio di 120 metri (anch’esso fortificato). Quest’ultima, proprio a conferma della funzione che aveva tutta la struttura, sarebbe servita a far arrivare i soccorsi o i rifornimenti alla fortezza soprastante in caso di assedio, oppure sarebbe stata una comoda e sicura via di fuga verso l’aperta campagna. La parte centrale viene costruita al posto delle case della famiglia Balgioni che si era ribellata.

VIDEO: LA SOPRINTENDENZA AL LAVORO

La demolizione A forza, sotto la minaccia anche di multe o arresti, i perugini insieme a guastatori dalle campagne vengono chiamati a fornire mano d’opera (e pure animali) per demolire moltissime case dalle fondamenta «togliendo così loro (ai Baglioni, ndr) il nido – scrisse Girolamo di Frolliere, autore di un volume sulla guerra del sale -, acciocché per lo innanzi Perugia non si governasse a loro talento». Ad essere deturpata però non è solo quest’area della città: Paolo III infatti fa abbattere le torri che si trovano qui e pure quelle in altre zone (perché più alte della fortezza); ad essere demolito è anche il portone etrusco di Porta Sole. Per i successivi tre secoli la città, per molte ragioni, conoscerà un forte declino economico sul quale ‘veglia’ la Rocca. I primi colpi di piccone arriveranno nel 1798, quando al potere c’era il governo repubblicano che distruggerà la statua di Paolo III.

UNA VEDUTA DELLA ROCCA PRIMA DELLA DEMOLIZIONE

Distruzione Poi, il 23 dicembre del 1848, inizia una distruzione più sistematica di quella struttura che è «vergogna per lei (per Perugia, ndr), rimembranza di ingiustizie e sacrifizi». Come ha scritto lo storico perugino Luigi Bonazzi sul finire dell’Ottocento nella sua celeberrima Storia di Perugia, quel giorno fu proprio un membro dei Baglioni a dare il primo di martello «sopra alle ruine di sua famiglia». La rabbia è così forte che in quelle ore molti perugini accorrono e «con tanto impeto e furore che taluno morì, ed altri rimasero malconci». A pezzi finiscono il mastio, i baluardi e i parapetti sotto la forza di potenti cariche d’esplosivo: queste provocano lanci di pietre che uccidono più persone.

L’unità Il papato poi riprende per qualche anno le redini della città fino all’unità d’Italia. A quel punto Cavour invia come commissario della neonata provincia dell’Umbria, in una città ancora insanguinata dalle stragi del 20 giugno, Gioacchino Pepoli. Il nuovo governo unitario sa bene su quali tasti battere per ingraziarsi la città e così nell’ottobre del 1860, pochi giorni prima che l’Umbria fosse chiamata a votare sì o no all’annessione, cede gratuitamente la fortezza al Comune scrivendo che «fu eretta e restaurata dai pontefici per reprimere l’audacia dei perugini». A dicembre arriva l’autorizzazione alla demolizione così «da togliere «dinanzi agli occhi un monumento di cotante ingrate ricordanze». Nel 1862 i lavori si fermano quando in piedi rimangono solo le mura di sostegno che si vedono oggi lungo viale Indipendenza e via Marzia.

Twitter @DanieleBovi

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