Si chiama ”La sella del vento” ed è stato quasi interamente girato a Terni con sortite a Narni, Spoleto e Rieti. A presentarlo ieri l’assessore al turismo del Comune di Terni, Roberto Fabrini, il regista, Andrea Sbarretti, e i componenti del cast. Sbarretti è ternano e il soggetto è stato tratto dal romanzo di Roberto Vallerignani, anch’egli ternano.
Tutti di Terni anche gli attori. Un prodotto, quindi, ha sottolineato l’assessore Fabrini, che porta il marchio della città della quale costituisce testimonianza culturale. “La sella del vento” prende il nome da un valico di montagna tra i tornanti del Terminillo, ed è stato definito «un racconto che mescola dramma, emozioni, sentimenti, amore, ironia, con quattro personaggi protagonisti della vicenda». Si tratta, è stato detto, di un prodotto che guarda al cinema impegnato, nonostante sia stato realizzato con un budget limitato. Il film, della durata di 107 minuti, da venerdì prossimo al 25 novembre sarà in proiezione al Cityplex Politeama di Terni.
Ecco la scheda tratta dal sito internet del regista www.andreasbarretti.it
Interpreti: Matteo Cecchini, Roberto Rosati, Barbara Mantini, Stefano de Majo, Greta Gernini, Alessandro Sensi, Federico Inganni, Lorenzo Sini, Sandro Fiorelli, Gianni Neri, Maria Elena Rossler, Barbara Celesti, Gianluca Nasi, Maurizio Penconi.
Direttore di produzione : Doriano Morani. Scenografie: Raffaella Rossi. Costumista/segretaria edizione: Nadejda Avrionova. Fotografia: Francesco Quattrocchi.
Un racconto bellissimo, che mescola dramma, emozioni, sentimenti, amore, ironia. Luca, Giorgio, Massimo e Giada sono i protagonisti della vicenda. Personaggi finalmente veri, autentici nelle loro paure, nelle loro frustrazioni e nelle speranze, nascoste e spesso irrealizzabili, che ognuno di noi ha. Un inno al desiderio di provarci, di combattere, ma ben sapendo che la vita è una scommessa e si perde quasi sempre. Epicentro della storia è un piccolo paesino della provincia di Terni: Narni. La nostra fredda esistenza, ha di nuovo un sussulto. La vita asettica che tutti noi ormai siamo costretti (fino ad un certo punto) a vivere, è ormai priva di sapore, piatta. Il film fa riflettere sulla nostra esistenza, scavando nel profondo dell’animo umano e nei più riposti meandri della nostra psiche. Non serve una estrema ricerca della felicità, o una ricerca di protagonismo. La vera pietra filosofale è il tirare a campare, il sopravvivere in maniera anonima. Un messaggio di umiltà, un messaggio fin troppo chiaro. L’uomo non deve illudersi, né tanto meno avere la presunzione di essere così importante. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Vallerignani e può vantare una colonna sonora realizzata dal compositore UD, di tutto rispetto, in cui hanno suonato i più grandi musicisti italiani. Dopo “Il muro del passato”, Andrea Sbarretti riporta sugli schermi delle figure ambigue, delle maschere pirandelliane, dei personaggi in fondo buoni, ma incapaci di adattarsi a questa società, che la reputano sbagliata, ma da cui non riescono comunque a prenderne le distanze. Che siano scontrosi, affabili, falsi o sinceri, in loro alberga comunque quel sottile sarcasmo, quell’aspetto un po’ grottesco e disincantato, di eterni sconfitti. La sella del vento è un film realizzato a basso costo, grazie ad una tecnica cinematografica innovativa, che garantisce un prodotto facilmente commercializzabile ed appetibile sul mercato. Ma è anche un film d’autore: non un filmetto horror, una commediola o uno splatter dilettantesco, ma un vero e proprio film autoriale che punta sullo stile e guarda verso il cinema impegnato.
Trama: 1989. Nelle immense aule di una scuola media di Narni, si ritrovano quattro ragazzini, accomunati dal destino, in una strana coincidenza: sono tutti nati nello stesso giorno. Luca e Giorgio, da sempre vissuti nel paese, Massimo, proveniente da Roma e Giada, proveniente da Ascoli Piceno. I quattro amici stringono un patto che li legherà per tutta la vita, una promessa che si rivelerà più forte del tempo trascorso. L’occasione per far rispettare quel patto, l’avranno venti anni dopo, quando uno di loro chiederà aiuto. Ma il rivedersi dopo tanti anni, farà sfuggire di mano la situazione e i quattro, disabituati alla loro amicizia, dopo l’iniziale entusiasmo, dovranno tornare a fare i conti con la propria realtà. Il luogo diventa il vero e proprio protagonista del film, un luogo che plasma il carattere di chi ci abita. Le diffuse citazioni alla fabbrica dell’elettrocarbonium, ai vicoli stretti del paesino di Narni, ai ripetuti gesti quotidiani, erodono da dentro e generano delle prospettive tipiche, solo di chi vive da queste parti. Per cui il tirare a campare, vero e proprio motto del film, diventa non solo utile, ma necessario alla sopravvivenza. È nella caratterizzazione dell’habitat pregnante ed autoctono, la morale di tutta l’opera, un reale “ideale dell’ostrica” che vede perire chi si allontana dal proprio guscio. E come i personaggi verghiani, infatti, quelli del film, non si ribellano: la loro vita è dominata dal fato, un fato che non concede all’uomo alcuna libertà di realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni. Essi sono preda di un cieco fatalismo e quando cercano di uscire dal solco inesorabilmente segnato, la loro condizione si aggrava.
