Perugia durante una manifestazione in onore del milite ignoto (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

La grande guerra vista attraverso gli occhi di chi l’ha combattuta, anche attraverso quelli degli umbri. «La prima guerra mondiale e l’Umbria» è il titolo della mostra, aperta da mercoledì fino al 2 giugno a palazzo Baldeschi al Corso, a Perugia, organizzata dalla Fondazione CariPerugia arte e curata da Marco Pizzo (vice direttore del Museo centrale del Risorgimento) e da Massimo Pistacchi (direttore dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi). Una mostra che attraverso il suo percorso espositivo prova, in alcune sezioni, a ricostruire il legame tra la piccola Umbria, in particolare modo Perugia, e la Grande guerra. In tutto otto sale in cui sono esposti cimeli, foto, documenti, diari, materiale dell’allora nascente propaganda e altro ancora, articolati in due percorsi che raccontano lo scenario nazionale e internazionale e poi quello locale.

FOTOGALLERY: LA MOSTRA

Perugia e la guerra Una regione che, come è stato spiegato martedì dai curatori, ha dato molto anche in termini di vite umane: oltre 10.900 morti su un totale che in Italia ha superato i 600 mila e 968 giovani al fronte ogni mille chiamati, ovvero il più alto rapporto d’Italia (in sostanza l’intero contingente in età militare). Una di queste vittime è molto nota ai perugini: si tratta di Enzo Valentini, figlio dell’allora sindaco di Perugia che, in piena sintonia con tanti giovani di quegli anni, nel 1915 decide di partire per il fronte, venendo inviato sulla Marmolada e morendo in battaglia poco dopo. A palazzo Baldeschi c’è il suo diario, le lettere scritte alla madre che raccontano la vita di tutti i giorni sul fronte, le foto. In questa sezione, dopo essere usciti per la prima volta dagli archivi del Museo centrale del Risorgimento, compaiono i fascicoli di altri commilitoni umbri caduti poco dopo.

VIDEO: INTERVISTA A MARCO PIZZO

L’archivio Un archivio enorme, ora digitalizzato e che si può consultare su www.14-18.it dove all’inizio del secolo su iniziativa del Ministero, che scrisse alle famiglie, sono stati raccolti nomi e foto che hanno formato i fascicoli che si possono ora vedere sul sito e in mostra. Uno strumento prezioso per ricostruire un pezzo di memoria della regione. Il nucleo centrale della mostra è rappresentato dal materiale esposto al Vittoriano nel giugno del 2014, a cui si aggiunge materiale inedito, come i fascicoli sui caduti. La prima sala ospita alcuni oggetti in dotazione ai militari, come armi, elmetti, guide del Turing Club sui luoghi della guerra e pure un piano di coda di un aereo austriaco abbattuto da Francesco Baracca, uno degli assi dell’aviazione italiana. Proseguendo l’intenzione dei curatori è quella di far entrare i visitatori all’interno di una trincea grazie agli schermi che, su entrambi i lati, proiettano le immagini girate dal regista Luca Comerio. Immagini troppo realistiche che, così come successo per le foto, specialmente per quelle scattate dai soldati (ai quali era vietato farle in trincea) furono censurate.

La propaganda Censura che, dopo una sala dedicata ai campi di prigionia con nomi diventati alcuni anni dopo tristemente noti (Auschwitz e Dachau, ad esempio), porta dritti alla propaganda. Dalle cartoline (4,5 miliardi quelle spedite dai soldati negli anni della guerra) ai manifesti che pubblicizzano il prestito di guerra, le caricature firmate da Amos Scorzon e così via. Perugia torna protagonista nello spazio dedicato al milite ignoto con foto, inedite, che mostrano la città celebrare quello che nel corso degli anni è diventato come un vero e proprio rito civile, ovvero l’omaggio al milite ignoto, e un modo per elaborare il lutto. Un’altra sezione delle foto che servivano alla propaganda, scatti ‘depurati’ dall’orrore della trincea grazie alla censura.

Terramatta A fare da contraltare a questi scatti c’è «Terramatta», documentario realizzato da Costanza Quatriglio ispirato al diario quotidiano di Vincenzo Rabito, un contadino siciliano che, semianalfabeta per metà della vita, vergherà con la macchina da scrivere un diario di 1.800 pagine dove ha raccontato la sua vita, guerra inclusa, vista attraverso i suoi occhi. A chiudere la mostra, preceduta da una sala dove un grammofono dell’epoca diffonde la voce di Armando Diaz, capo di stato maggiore de regio esercito che legge il bollettino della vittoria, sono i quadri dei soldati-pittori, in alcuni casi dipinti anche sul retro delle casse di munizioni. Dall’olio al carboncino, su carta e su tela ci sono la vita e la morte sui campi di battaglia.

Twitter @DanieleBovi

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