I Nobraino il 2 giugno alla Darsena di Castiglione del Lago

di Davide Astolfi

Sabato 2 giugno i romagnoli Nobraino, piccoli beniamini di un pubblico umbro che li ha letteralmente adottati, atterrano alla Darsena di Castiglione del Lago con il tour  estivo a promozione dell’ultima fatica, sardonicamente intitolata «Disco d’oro». Per l’occasione abbiamo avuto un piacevole colloquio con l’istrionico leader Lorenzo Kruger.

Nobraino vuol dire letteralmente «senza cervello» e rimanda a humour e percezioni dadaiste. Si tratta di un nome che fa manifesto? Ossia quanto di intellettuale e quanto di spontaneo c’è nelle vostre irresistibili provocazioni?

L’attitudine di base consiste nel coinvolgere il pubblico, finanche in un’esperienza fisica senza barriere che ci affratelli ad esso, per offrire uno spettacolo che abbia un livello di percezione ulteriore rispetto alla classica dimensione della musica live. Non si tratta però di un atteggiamento di «poetica» ovvero costruito a tavolino, bensì del tutto spontaneo. Inoltre è impossibile demarcare tout court ciò che succede quotidianamente sul palco dalla storia personale, dall’evoluzione e dalla deformazione di  se stesso che ciascuno dei Nobraino ha compiuto nei vent’anni di percorso dal big bang degli esordi fino ad oggi.

In una edizione del concertone del Primo Maggio su cui la critica si è accanita, lusinghieri sono stati invece i commenti sulla vostra esibizione e sul tuo gesto di «farti lo scalpo» cantando l’ipocrisia dei pacifisti con riserva durante la canzone «I Mangiabandiere». Quali sono state le sensazioni dal palco?

Il concertone di Piazza San Giovanni è un’esperienza straniante per gli artisti: una folla sterminata, mezzo milione di persone, che nessuno di noi si sognerebbe di radunare ad un concerto. Ma allo stesso tempo un pubblico che è lì indipendentemente da noi. In un certo senso, un pubblico proprio malgrado. L’idea di un gesto forte e di abbattere tramite esso la parete del palco nasce dall’esigenza di superare tale alienazione, con la scommessa di un possibile salto di qualità di esibizione e sintonia. Pur rischiosa tale ambizione, in quanto conduce a percorrere il sottile crinale che confina con il cattivo gusto, con nostra sorpresa il mio gesto ha riscosso quasi unanime gradimento. Forse anche in virtù di tale positiva ricezione, l’alienazione percepita a priori si è risolta infine  metabolizzando l’enorme impatto del bagno di folla che abbiamo vissuto.

Non trascurabile è il numero di quanti vi hanno conosciuto tramite il salotto di Serena Dandini e sono poi diventati vostri fan. Quale è il feedback dell’esperienza di Parla con me?

Parla con me, unica isola felice televisiva che coltivasse un pubblico culturalmente affine ai Nobraino, ci ha elargito di un ritorno in termini di popolarità ben superiore alle attese. Frutto anche di vibrazioni positive: l’habitat infatti si è rivelato a noi congeniale e sia la Dandini che Vergassola ci hanno creato tutte le condizioni per esprimerci al meglio delle nostre potenzialità.

Lo scorso inverno hai fatto tappa a Perugia con uno spettacolo tributo a Paolo Conte. Se ne dedurrebbe sia un po’ il tuo nume tutelare, vero?

Assolutamente sì. La sua influenza è una chiave di lettura dominante per interpretare la mia scrittura, tanto che lo scorso inverno ho avuto esigenza e piacere di realizzare insieme a Giacomo Toni un tributo intitolato Gli Scontati. Galeotto il mio amico giornalista Stefano Neri, ho recentemente partecipato ad una sua intervista a Paolo Conte in occasione di un concerto a Bologna. Non nascondo di esser caduto vittima del proverbiale timore reverenziale che ci assale di fronte ai nostri miti, ancorché Paolo Conte si sia dimostrato di una gentilezza e disponibilità senza pari. In un’epoca in cui un quarto d’ora di celebrità non si nega quasi a nessuno, la sfida è garantire longevità e continuità di ispirazione: nel corso del nostro colloquio Paolo Conte ha elargito a tal proposito una lezione memorabile rivelando che la chiave consiste nel mantenere nella professione artistica un approccio da dilettante, di chi si diverte, si stupisce e sperimenta. Chapeau.

Il vostro recente album «Disco d’oro», pur mantenendo sarcastica attitudine da cantastorie, rivela un suono più stratificato ed una produzione che ha fatto un salto di qualità. Ultima curiosità, d’obbligo, sulla quale ci salutiamo, è se dobbiamo aspettarci da questo tour estivo una analoga revisione dell’atteggiamento sul palco. Mica sarete diventati seri?

Mai e poi mai! Una evoluzione in sala di registrazione era un passo necessario, alla base la riflessione di non averne sfruttato fino in fondo le peculiarità come linguaggio: l’atteggiamento in studio era infatti più o meno del tipo “buona la prima”. Questo relegava i nostri album a strumento che tendeva ad esaurirsi come supporto al concerto. Con «Disco d’oro» abbiamo cercato,  e forse ci siamo riusciti visti i buoni riscontri, di creare un episodio che brilli di luce propria, indipendentemente dall’esistenza della dimensione live. Questo non implica alcun cambio di rotta sul palco: in sintesi abbiamo cambiato modo di fare i dischi, ma di fare i concerti sostanzialmente no. Ogni serata ha poi evidentemente storia a sé, in relazione soprattutto a pubblico e contesto: l’Umbria in particolare ci ha regalato sempre accoglienze così calienti, quasi più della nostra Romagna, che non ci permetteremmo mai di deluderne le aspettative! Uomini avvisati…

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.