L'architetto Stefano Boeri

di Diletta Paoletti

Cos’è la città’? O meglio, cosa dovrebbe essere? Se lo chiede (e le risposte – anche chiare – non gli mancano) Stefano Boeri, mente del Festival dell’Architettura, parlando giovedì sera al pubblico del teatro Pavone di Perugia. Uno degli incontri di punta, questo, della kermesse che – approdata da giovedì a Perugia e Assisi – vedrà sfilare fino a domenica numerose “archistar”, nomi celebri nel panorama internazionale in fatto di design, urbanistica e architettura, ma anche giovani talenti creativi. Arriva a Perugia direttamente dalla sua Milano – Boeri – dove, fino a pochi giorni fa, si è impegnato (non poco) a sostenere la (vittoriosa) corsa di Giuliano Pisapia verso Palazzo Marino. Architettura e politica: la strana coppia? Solo apparentemente. Già perché, in fondo, politica e architettura sono sempre state intrecciate, eccome. Soprattutto oggi, che i grandi temi della politica sono quelli della sostenibilità, dell’energia, della questione ambientale e delle rinnovabili. Cosa c’è – in fin dei conti – di più politico che organizzare e gestire lo spazio in cui viviamo?

Chi è Architetto e urbanista, Boeri insegna al Politecnico di Milano (con incursioni ad Harvard) e dal 2007 dirige la rivista “Abitare”. Con il suo studio, ha lavorato a lungo su sistemi urbani e portuali mediterranei (Genova, Napoli, Trieste, Cagliari, La Maddalena, ma anche Salonicco, Mitilene e Marsiglia). E non trascura affatto la sua città, Stefano Boeri («nel mio lavoro ho cercato di coniugare il respiro internazionale con la passione per Milano»): oltre alla nuova sede del gruppo editoriale Rcs, ha contribuito al rinnovamento del Policlinico del capoluogo lombardo e a progetti – tra gli altri – come quello del Bosco Verticale (modello di residenza in altezza sostenibile e di “riforestazione urbana”) e della casa-bosco, piano di edilizia sociale, in altri termini innovativo “housing sociale” ispirato al riciclo e al recupero.

L’incontro Sollecitato dalle domande di Manuel Orazi, Stefano Boeri lancia l’allarme sulla condizione urbana dei nostri giorni. Quello dell’“Anticittà: architettura e politica nell’era della disgregazione urbana” – questo il titolo dell’incontro – è un tema caro all’architetto milanese: fresco di stampa il suo ultimo libro edito per Laterza e intitolato – ça va sans dire –  “Anticittà”.

Suburbie Ma che cosa è “l’anticittà” coniata da Boeri? E’ un modo – molto profondo e provocatorio quanto basta – per descrivere la caratteristica dominante delle città odierne, dove una periferia, astratta e simbolica, lungi dall’essere mera entità fisica e spaziale, si è pericolosamente infiltrata, «svuotando di senso  la nostra vita urbana», spiega.  Siamo soliti intendere la periferia come margine esterno della città? Sbagliato: La periferia – sostiene l’architetto milanese – non è (o, forse, non è mai stata) un concetto geografico: non è un territorio riconoscibile nel suo essere distante e separata dal centro storico delle nostre città. La periferia è ovunque. O meglio, è dove c’è l’anticittà, ossia dove si afferma degrado, povertà e assenza di servizi. «Pensate a Napoli e Genova – spiega l’architetto – o, ancora, a Barcellona e a Marsiglia: la “periferia” è in pieno centro».

Relazioni di scambio e mobilità. Le nostre (anti)città appaiono allora più che mai disgregate: non più insiemi organici e coesi, ma accozzaglia di «oggetti giustapposti».  Nella dispersione del territorio, abbiamo creato un arcipelago di sistemi chiusi, forti e impenetrabili», quasi delle “monadi” («il centro commerciale, l’area terziaria, i quartieri ghetto e le enclave di lusso: le nostre arre urbane somigliano oggi ad un territorio a macchia di leopardo». Le conseguenze? «Innanzitutto una fortissima spinta alla frammentazione. E poi dentro alle città si è persa quella varietà sociale che significava a convivere tra diversi nella stessa porzione di spazio». E, come se non bastasse, forme di alienazione, per cui persone, giovani, anziani vengono, di fatto, tagliati fuori dalla vita culturale, economica e istituzionale.  «Dove le relazioni di scambio non esistono». L’omologazione ha la meglio sulla differenziazione e la rassegnazione domina sulla speranza: in uno spazio così organizzato, non c’è nemmeno mobilità (sociale): «ogni prospettiva di miglioramento della propria traiettoria di vita viene meno», spiega Boeri.

Expo Non mancano riferimenti al famigerato Expo 2015 che Boeri ha immaginato come un orto botanico planetario diviso in “lotti” affidati a tutti i paesi del mondo per raccontarsi («basta con il tradizionale modello di padiglioni nazionali, enormi fiere campionarie oramai obsolete»). E non mancano riferimenti alle polemiche che – proprio in riferimento all’Expo – hanno portato Boeri a scegliere di fare politica in prima persona. «L’imperativo della oramai ex giunta Moratti – spiega – era solo uno: quello di costruire». Una speculazione edilizia fiancheggiata dai pubblici poteri inaccettabile per Boeri. Ed è così che ha deciso di scendere in politica. «Ho capito che non bastava “fare politica” attraverso la mia professione». Tanto che oggi – scherza – «mi sento un politico prestato all’architettura».

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