Uno degli affreschi realizzati per l'Università

di Daniele Bovi

Pittore, scultore, storico e teorico dell’arte, scenografo, insegnante e non solo. Questo e tanto altro era Enzo Rossi, morto a Roma nel 1998 a 83 anni. Una figura di spicco che ora la città ricorda con una mostra che si aprirà il 14 ottobre a palazzo della Penna e che sarà intitolata «Enzo Rossi: dal neocubismo all’istituto per l’arte sacra». Benché il titolo sia identico a quello dell’esposizione, organizzata dall’Ente Giostra, in programma a San Gemini fino al 9 ottobre, a Perugia ci sarà in mostra un numero maggiore di opere. Oltre a quelle, molte delle quali inedite, messe a disposizione per l’appuntamento di San Gemini da Orietta Rossi Pinelli, figlia di Enzo Rossi e docente di Storia della critica dell’arte, una sezione sarà infatti dedicata agli artisti umbri che hanno lavorato insieme a Rossi a Roma, a Villa Massimo, e un’altra da quelle che arrivano dai laboratori del Liceo artistico di Roma che porta il nome dell’artista perugino, dall’Università di Perugia (due affreschi realizzati negli anni Settanta per l’ex policlinico di Monteluce sono ora nell’atrio della nuova facoltà di Medicina) oltre che da collezionisti privati.

La mostra L’esposizione, curata da Enrico Crispolti e Massimo Duranti, oltre che dalla stessa Orietta Rossi Pinelli, sarà visitabile a Perugia fino al 4 dicembre. A San Gemini i curatori hanno presentato una vasta gamma delle opere di Rossi, dalla pittura al disegno, dalla ceramica alla pittura murale per un totale di 33 opere che coprono un arco temporale che parte dagli esordi dell’artista, intorno alla metà degli anni Trenta. A Palazzo Vecchio poi c’è spazio anche per i bozzetti di alcune scenografie nonché per gli arredi sacri. Accanto a queste, nella sezione dedicata agli artisti umbri, a Perugia compariranno i lavori di Leoncillo, Romeo Mancini, Enzo Brunori, Vittoria Lippi e Ugo Rambaldi, a testimoniare il clima della Roma del dopoguerra e in particolare di Villa Massimo.

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La vita Rossi, nato nel capoluogo umbro nel 1915, ha frequentato l’Accademia di Belle arti compiendo poi, grazie all’Università, un’esperienza particolare per la sua formazione dato che venne chiamato a disegnare, per la Facoltà di Medicina, alcuni reperti osservati al microscopio su tavole destinate alla didattica. Poi, nel 1936, l’incontro con Gino Severini, con il quale scambierà molte lettere, e il suo «Ragionamenti sulle arti figurative» che lo porterà nel vivo della temperie culturale di quegli anni. Cruciale per la sua formazione anche l’incontro con il futurismo, e in particolare con il perugino Gerardo Dottori, e con il cubismo, del quale uno degli esponenti romani era Enrico Prampolini.

L’arte sacra Nel 1948 arriva la prima esposizione a Perugia, all’allora Galleria Nuova, e nello stesso anno Rossi si trasferisce nella Capitale, nei locali abbandonati dell’Accademia tedesca di Villa Massimo. Due anni dopo, quando a Roma arrivano anche la moglie Tina Fiori (pittrice di origine sarda) e il resto della famiglia l’artista sta già lavorando al rinnovamento dell’arte sacra, di cui era uno dei massimi esperti in Italia e che lo ha visto produrre, nel corso degli anni seguenti, molte opere. Un filone che lo ha portato a fondare, nel 1966, l’Istituto statale d’arte per la decorazione e l’arredo della chiesa, diretto fino al 1978. «Come pittore – ricorda il sito del liceo artistico di Roma che porta il suo nome – Rossi si mantenne fedele a uno stile personale e originale, realista con matrici astratte, in qualche modo strutturato su un’analisi approfondita del cubismo. Affermava che la pittura moderna può essere astratta, ma l’arte sacra può essere soltanto figurativa».

Twitter @DanieleBovi

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