Lunedì 24 marzo, alle 21, presso la Sala dei Notari andrà in scena “Menin – Ira. Mille grotteschi modi di andarsene a rate sul labirinto contemporaneo”, uno spettacolo di e con Stefano Francoia, con le musiche di Lorenzo Meazzini. Inserito nel cartellone del festival letterario Bagliori d’autore, in programma dal 21 al 30 marzo a Perugia, che quest’anno propone come filo conduttore Omero e i suoi poemi, “Menin” è ispirato all’ira cantata nell’Iliade di Omero.
Un città orologio. Eroi borghesi che lottano: non sanno fare altro. Fa comodo. In quanti modi si può lottare? Quante armi abbiamo raffinato fino a renderle stili di vita? E quanti modi di morire? In una metropoli come quella si può anche morire a rate. Trasformarsi in un click dell’ingranaggio del grande frullatore globale. I miti esistono. Sempre. E così il Mistero. Il mito ci parla. Forse la sua voce non è mai stata più chiara. Nell’Iliade si canta l’ira. Quel seme distruttivo nella natura dell’uomo. La sua necessità di essere il conquistatore di se stesso. La sua ansia di vivere che lo porta alla morte. Per Omero non c’è da temere, però: l’uomo ha la forza di uccidersi. Ma non ha il potere di distruggere il mondo. E se invece ce l’avesse? Se gli eroi diventano supereroi piccoli piccoli? Se gli eroi non lo erano poi tanto nemmeno prima? Se l’uomo vede nella sua umanità il limite? E se la città da conquistare è Troia di nome e di fatto? O peggio! Siamo distanti anche da Babilonia, da Sodoma e Gomorra. La Città non fa più nemmeno la mignotta. Allora ci rimane solo una esclamazione vuota. Il Prigioniero maledice la gabbia che si è costruito con cura e a cui non riesce più a fare a meno. Tossico di vita tossica.
Consigli di viaggio: “Menin” non va capito. Come una città nella tempesta si vive. Camminare accettando che gli occhi, le orecchie e il corpo si nutrono da soli di ciò che serve. Ginnastica dello spirito. Niente valigia per questo viaggio: non serve. Allacciare le cinture di sicurezza e abbandonarsi alla pura sensazione come sulle montagne russe. Pellegrini nomadi seduti sulla terra: contenuti e protetti, cullati come un tuorlo nel suo uovo.
