di Daniele Bovi

La necessità di tornare a formare studenti e cittadini dotati di uno sguardo critico, la capacità di seminare e di creare un contesto in cui «i semi potessero germogliare», l’esigenza della contaminazione tra discipline diverse, della partecipazione, di rimettere a fuoco – in fondo la fotografia era una delle sue grandi passioni – lo spazio tra le cose. E proprio «Spazio tra le cose» è il titolo del libro che amici e colleghi di Mariano Sartore hanno deciso di scrivere in ricordo del professore dell’Università di Perugia morto quest’estate.

Il convegno L’occasione per ricordare l’urbanista è stata quella di un convegno («Le città visibili. Ricordando Mariano Sartore») che si è tenuto venerdì al Dipartimento di Scienze politiche dell’Ateneo. In particolare il libro edito da LetteraVentidue, disponibile da febbraio e che si può già ordinare sul sito della casa editrice, è stato presentato nel corso di una tavola rotonda presieduta da Fausto Proietti dell’Università di Perugia e alla quale hanno partecipato Pedro Campos Costa, architetto portoghese e amico di Sartore, l’architetto Marco Chiocci, i professori Annalisa Giusti e Ambrogio Santambrogio dell’Università di Perugia e Chiara Mazzoleni dell’Università Iuav di Venezia.

La lettera Una mattinata attraversata ovviamente anche da grande emozione. «Anche tu – ha scritto Campos Costa in una bellissima lettera che pubblichiamo integralmente qui sotto, piccoli errori compresi – ti sei liberato dalla morte perché hai cambiato la vita delle persone, dei tuoi studenti, dei tuoi amici. Hai ispirato trasformazioni, probabilmente senza saperlo. Generosamente, hai dato tanto senza chiedere nulla in cambio. Se hai voluto che le cose fossero diverse, se le hai fatte sognare, se hai promosso incontri e fatto crescere le persone, hai naturalmente conquistato molti luoghi. Luoghi dentro di noi, nelle persone che sono qui mentre leggo questa lettera per te».

Il metodo «Lo spazio, contrariamente a quanto si dice – ha spiegato ancora Costa – non è astratto. È concreto. È legato alle persone». E anche questo fa parte di quelle «esperienze di metodo nel progetto», come recita la seconda parte del titolo del libro. Francesca Nafissi, tra le curatrici del libro, ha parlato di un volume che è anche un «racconto corale di un pezzo di vita che abbiamo condiviso e che ci ha segnato profondamente – come persone e professionisti – nel modo di leggere lo spazio». Il titolo del convegno era invece «Le città visibili», che «rappresenta bene – ha sostenuto Chiocci – il suo tipo di metodologia che partiva da contesti reali, non ideali o ipotetici».

Un momento del convegno

I semi Altrettanto importante era lo stimolo a «porsi domande senza risposte precostituite e in questo senso – ha aggiunto Chiocci – la sua passione per la fotografia può rappresentare un contributo e uno strumento utile alla progettazione». «Spesso – ha concluso – ho sentito una metafora botanica parlando di lui: ha seminato molto e ha fatto molto per creare un contesto in cui i semi potessero germogliare». Fondamentale in tal senso per il veneziano Sartore è stato il celebre urbanista e architetto Giovanni Astengo che nel 1970, proprio a Venezia, fonderà il primo corso di laurea in Urbanistica italiano (i suoi primi due Prg saranno quelli di Assisi e Gubbio). Lì Sartore si laureerà: «L’urbanistica prima ancora che cassetta degli attrezzi – ha sottolineato la professoressa Mazzoleni – era formazione di un dispositivo per il governo del territorio, quindi politica; l’urbanistica dovrebbe tornare ad avere un primato sull’economia e sul mercato».

Coscienza critica La docente ha poi ricordato che per l’amico e collega Sartore la partecipazione era in primis «formazione dell’individuo dotato di senso civico». Una funzione che l’università italiana sembra aver smarrito: «Dal libro – ha detto – emerge chiaramente una espressione molto importante per lui che è formazione della capacità critica; l’università sembra aver perso questa funzione della conoscenza critica e la capacità di fornire soluzioni alternative all’esterno». Compito che invece Sartore portava avanti in un’ottica precisa: «Io – diceva – non sono stato formato per tutelare l’individuo; ritengo fondamentale che esso riconosca la propria convenienza all’associazione collettiva».

Il diritto Contaminazione è stata un’altra parola chiave della giornata: «Quando la cultura del diritto – ha detto Giusti, docente di Diritto amministrativo – incontra quello del progetto il dialogo non è semplice». All’inizio i due mondi si sono «mal conosciuti e mal interpretati», poi il lavoro è andati avanti e il diritto è diventato anche lo strumento per tradurre giuridicamente concetti come quello della rigenerazione urbana. Per Giusti va «riacquistata la dimensione sistemica del progetto», e per farlo bisogna lavorare a Prg «che rivisitino il concetto di regola rigida e che si allontanino da un modello solo prescrittivo». Alla fine di questa contaminazione rimane, tra le altre cose, la consapevolezza che essa non significa perdita di identità, anzi.

Il programma La giornata è iniziata con i saluti di Giorgio Eduardo Montanari, direttore del Dipartimento di Scienze politiche, ed è proseguita con gli interventi di Massimo Bricocoli del Politecnico di Milano («Lo spazio urbano come concrezione dell’azione pubblica») e Fausto Carmelo Nigrelli dell’Università di Catania («Contro la retorica della competitività. Scarti ed eccedenze territoriali come risorse per le aree interne»).

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