Tutti con due cravatte al Pavone per ricordare Paolo Vinti (Foto Manti)

di Maria Alessia Manti

Pugno alzato e saluto sorridente di chi la rivoluzione la identificava con la vita stessa. Il bianco e nero del «leggendario» Paolo Vinti è l’immagine che ha accolto il pubblico del Pavone. Una platea di sentimenti autentici. Amici, compagni, politici ed istituzioni hanno partecipato numerosi e commossi alla serata che la rassegna Gli Incantevoli gli ha dedicato. Perché dal giorno della sua scomparsa – il coro è unanime – Perugia ne sente profondamente la mancanza. Quella sentinella con le due cravatte al collo e la perenne fiducia nel «vinceremo», realmente convinto della possibilità di creare una società migliore attraverso l’uguaglianza, la solidarietà, il lavoro e la pace, manca ad una città intera.

A lui dedicato l’arena di Palazzo della Penna Quella sua città in cui si sentiva radicato ma da cui amava uscire metaforicamente, con la curiosità del viaggiatore romantico e l’attenzione dello studioso di geopolitica insieme. Ma è «troppo difficile riassumere Paolo, forse impossibile». Lo incontravi nei soliti posti, a parlare con la gente. Come fa il politico d’altri tempi, l’amico che sa infondere ottimismo, il filosofo che non parla difficile. «Omaggeremo Paolo intitolandogli l’arena di Palazzo della Penna e posizionando una statua che lo raffigura in un punto della città in cui lo si poteva incontrare» ha dichiarato il sindaco Wladimiro Boccali. Un tuffo negli anni dell’attivismo culturale di sinistra la presenza sul palco del «maestro» Straccivarius, fondatore del Partito Radicale perugino.

La performance di Capovilla Certo sarebbe piaciuta molto anche a lui l’associazione con Eresia, reading di Majakovskij che Pierpaolo Capovilla (One Dimensional Man-Teatro degli Orrori) porta in giro per l’Italia da ormai qualche mese insieme a Giulio Ragno Favero, Richard Tiso e Kole Laca, rispettivamente chitarre e laptop, contrabbasso e pianoforte. Una performance molto attesa da cui emerge non solo l’ispirazione a Carmelo Bene –che, tra l’altro, lo stesso Capovilla ha più volte ammesso senza nascondersi – ma un’innegabile bravura nel saperlo fare, senza superficialità e una sincerità d’intento che è raro trovare. Un’interpretazione molto sentita che è riuscita a sicuramente a catalizzare l’attenzione dei presenti e a convincere probabilmente chi aveva qualche pregiudizio sulla resa performativa del leader di un gruppo «rumoroso» come il TDO alla prese con una dimensione teatral-letterario.

Le Eresie Il reading si è sviluppato in due atti, Eresia Socialista e Eresia dell’Amore. Momento topico della prima parte la poesia su Mussolini, da cui emerge lo sprezzo che va al di là dell’interpretazione teatrale e che anche riporta alla situazione politica italiana attuale. Ma è nella seconda parte che forse Capovilla convince di più e che più si rifà all’approccio dell’artista salentino verso l’opera del poeta russo. Lo si nota dalla voce, dallo stile recitativo in cui riecheggiano i registri vocali di Bene  e dallo stesso modo in cui vengono articolate le parole lungo l’arco dell’esibizione. Gli arrangiamenti musicali acuiscono la drammaticità dell’interpretazione, i cambi di tono che coincidono con i cambi di mood, i sussurri e che si alternano al grido disperato di L’amore è morto. Un omaggio ad un poeta della rivoluzione russa che si incontra con l’omaggio di una città al suo puro e indimenticabile rivoluzionario. Come una congiunzione con quel Cosmo Rosso che Paolo Vinti declamava.

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