Il procuratore di Terni Fausto Cardella ( foto F. Troccoli)

di Francesca Marruco

Mercoledì saranno passati vent’anni dalla strage di Capaci in cui il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta vennero ammazzati barbaramente da Cosa Nostra. Ad indagare sulla strage di Capaci alla procura di Caltanissetta andò anche Fausto Cardella, attuale procuratore capo di Terni. Il magistrato ha accettato di parlare dell’incarico che ricoprì per circa un anno in Sicilia.

Forse manca il vero perché Di quel periodo, a distanza di 20 anni Cardella dice : «su Capaci, e io ne sono fuori da 20 anni, posso dire che il dubbio che ho io è che non si siano scoperti tutti i perché. Molte motivazioni che potevano essere alla base della strage e che sono emerse nel tempo, sono anche motivazioni giuste e fondate, il dubbio è che non siano tutte e che ce ne sia una “più motivazione delle altre”, e che sia quella il vero perché della strage che è rimasta ancora oscura».

Un anno in Sicilia Cardella rimase circa un anno a Caltanissetta, «dell’anno trascorso a Caltanissetta – dice Cardella – ho un ricordo indelebile, come lo sono alcune sensazioni di quel periodo. Da un punto di vista professionale le conseguenze ci sono ancora, è stato un fattore di crescita per me, il rapporto con Ilda Boccassini mi ha segnato favorevolmente per tutti i 20 anni successivi. Molto di quello che ho imparato, l’ho imparato da lei, dal confronto quotidiano. È con lei che ho imparato il metodo della discussione, tante volte il lavoro di gruppo viene inteso, anzi frainteso, lì invece c’era un lavoro di effettivo dialogo».

Come si indagava Il procuratore di Terni Cardella racconta anche come andavano avanti le indagini contro il tempo per scoprire prima possibile gli assassini di Falcone. «Quando siamo arrivati a Caltanissetta – aggiunge – , che fosse un attentato di mafia non ci voleva molto a capirlo. Però quando sai che è mafia non sai nulla. Bisognava dare nomi e volti agli assassini del giudice Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta. Un’ indagine nasce sempre da un’ipotesi sulla base degli elementi che hai e la verifichi. Se sei un magistrato onesto e vedi che l’ipotesi non ha riscontri, la cambi, non te ne innamori. Ma un’idea la devi avere. E la Boccassini era una portatrice formidabile di idee. Il sistema era quello di verificare, anche nel modo di approcciare e di gestire collaboratori e interrogatori. Mi sembrava di correre in formula uno». «Da un punto di vista umano- spiega ancora Cardella – c’era solidarietà, reciproca fiducia e assoluta mancanza di gelosia. C’era in quel pool le dico tutto quello che dovrebbe caratterizzare un lavoro di gruppo. Eravamo principalmente noi due. Facevamo i briefing il lunedì pomeriggio, poi in settimana eravamo sempre in giro e il lunedì successivo si riferiva del lavoro svolto».

La decisione presa in poche ore Fausto Cardella venne applicato alla procura di Caltanissetta da Perugia e ricorda di aver deciso in pochissime ore di accettare quella sfida e andare in Sicilia. «Ero a Firenze per un convegno in cui incontrai il procuratore di Caltanissetta Gianni Tinerba che già conoscevo – spiega – . Mi disse: “Fausto vuoi venire a lavorare sulle stragi a Caltanissetta?” Era stata istituita da poco la procura antimafia che prevedeva anche l’applicazione di un magistrato da una direzione distrettuale antimafia all’altra. Io ero a quella di Perugia, risposi: “fammici pensare”. E lui rispose: “poi con comodo stasera mi dai la risposta”. E io la sera gli dissi di si. Quella fu la stessa sera in cui tornando a Perugia mi dissero dell’assassinio del piccolo Simone Allegretti. Era il quattro ottobre del 1992. Il tempo di un mese, in cui per l’indagine sul mostro di Foligno mi feci affiancare dal sostituto procuratore Michele Renzo che poi arrestò Luigi Chiatti, e andai in Sicilia».

Non potevo rimanere Il procuratore spiega come rimase a Caltanissetta «il tempo di eseguire le indagini. Appena concluso con le richieste di misure cautelari – afferma- non aveva più senso che io mi fermassi, perché ero certo che non sarei riuscito a portare avanti l’inchiesta fino al dibattimento, non potendo rimanere per più di due anni applicato a un’altra procura».

Sforzo corale «Lo ricordo professionalmente come un grande periodo – dice ancora- , in cui si fece uno sforzo corale e in cui ci fu una partecipazione di tutti a questa cosa, per assicurare alla giustizia gli assassini. Collaborammo con il Ministero dell’Interno, in particolare con la polizia di Stato, ricordo Luigi Rossi, capo della Criminalpol. Abbiamo collaborato anche con gli americani, fu l’Fbi a dare una mano a fare il secondo sopralluogo a Capaci, quello in cui vennero rinvenute le cicche di sigarette». «Io e la Boccassini – aggiunge – arrivammo a novembre del 1992, dopo due settimane facemmo un secondo sopralluogo a Capaci e anche per individuare il luogo in cui si erano appostati. Lì c’erano le cicche di sigarette da cui vennero estratti dei Dna. Allora lavoravamo con Spitella della polizia scientifica e Garofalo del Ris. Abbiamo collaborato con la procura di Palermo che restava sempre competente per i reati associativi, c’era sempre una stretta collaborazione. Uno sforzo da parte di tutti insomma- conclude – , per arrivare presto a un risultato»

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.