di Francesca Marruco
È indagato per omicidio colposo plurimo il responsabile del diving Abc di Talamone Andrea Montrone, da cui domenica scorsa i tre sub perugini hanno affittato tutta l’attrezzatura. Un atto dovuto, specifica il procuratore capo di Grosseto Francesco Verusio, in vista degli accertamenti tecnici irripetibili disposti in seguito alla morte di Fabio, Enrico e Gianluca, morti domenica durante un’immersione alle isole Formiche in cause ancora non chiare. A stabilire cosa li abbia uccisi sarà con ogni probabilità l’autopsia che verrà effettuata mercoledì mattina all’ospedale di Grosseto da un medico legale dell’Università di Siena.
Aria sporca e panico Al momento, le due ipotesi più plausibili sono quella dell’aria ‘sporca’ all’interno delle bombole noleggiate all’Abc Diving di Talamone, che potrebbe aver avvelenato i tre sub, o che i tre, per qualche motivo presi dal panico abbiano trattenuto il respiro e siano rimaste vittime di sovradistensione polmonare, evenienza che può provare la lacerazione o la disintegrazione degli organi stessi. Ma questa seconda ipotesi, visto che i tre sub morti sono riemersi a metri di distanza l’uno dall’altro( Giaimo insieme a Fabio Tancetti, Cioli e Trevani ritorvati separati tra loro in altri due punti, uno a galla e uno ancora sott’acqua), appare più remota, in quanto dovrebbero essere stati presi da panico contemporaneamente ma in due- tre punti diversi. Una coincidenza sin troppo singolare per essere possibile.
Montrone: sono sconvolto E allora, al centro dei sospetti tornano quelle bombole che già dal primo istante dopo la sciagura sono state in cima alla lista delle possibili cause. Bombole malfunzionanti, o meglio, aria malsana al loro interno. Al telefono Andrea Montrone, il responsabile del diving di Talamone iscritto nel registro degli indagati, ha una voce che trasmette profonda disperazione: «Non so spiegarmi cosa sia successo – dice – le bombole erano tutte caricate con l’aria, erano tutte collaudate e controllate. Lo facciamo continuamente. In 23 anni di attività non mi è mai successo niente del genere, sono sconvolto ho passato la giornata a portare la mia solidarietà ai parenti delle vittime».
Il compressore sulla barca Montrone, che lunedì pomeriggio è stato ascoltato a lungo dagli inquirenti, era il responsabile della Emery Island, la barca di 13 metri con cui sono usciti i sub, «Ero anche io in acqua – racconta ancora -, ma non con loro e non ho potuto fare nulla per salvarli, ho spiegato tutto agli inquirenti, ho parlato a lungo con loro». Alla domanda se sia possibile che magari l’aria nelle bombole non fosse stata pura, ma ‘sporca’, come si dice in gergo, magari con dei gas nocivi lui lo esclude. «Il compressore era sulla barca ma nelle bombole non può esserci finito gas dannoso insieme all’aria». Invece, al momento, l’eventualità che proprio l’aria dentro quelle bombole fosse sporca è un’ipotesi tutt’altro che remota. Le bombole, come ha chiarito lui stesso agli inquirenti, sono state caricate sulla barca. Possibile che i fumi del motore ci siano finiti dentro?
Autopsia e accertamenti A stabilire se questa possibilità abbia fondamento, saranno l’esame autoptico, in programma per mercoledì sui corpi dei tre sub, e gli accertamenti irripetibili disposti sulle bombole, sul compressore, sulla barca e su tutta la strumentazione che hanno usato i sub, che potrebbero inizieranno sempre mercoledì mattina. Anche se intanto, dal computerino da polso di Tancetti è stato già possibile stabilire che lui e Giaimo sono risaliti rispettando i parametri di sicurezza, anche se Giaimo aveva già accusato malore segnalandolo al compagno. In particolare, diventerà fondamentale capire in quale stato fossero i polmoni dei tre al momento della morte, e se all’interno vi fosse finito qualche gas che si è rivelato letale. Va infatti considerato che anche una minima parte di gas monossido di carbonio, sott’acqua può diventare letale. Quindi basterebbe che al momento in cui sono state ricaricate le bombole ci fosse stata una sorgente ( un motore ad esempio) da cui usciva gas nocivo.
L’istruttore scampato E questa eventualità potrebbe anche coincidere con l’osservazione fatta da Marco Barbacci, l’istruttore presidente del club Thalassa di Olmo, che ha organizzato l’escursione e che ha provato a rianimare Fabio Giaimo per quasi un’ora prima di svenire anche lui per la fatica di un soccorso forsennato. Barbacci, raggiunto telefonicamente da Umbria24 ha detto che «in base ai minuti fatti sul fondo non credo avessero minuti da scontare per risalire, poi non sono quelli i profili per vederli morti in superficie. Sono riemersi insieme mantenendo la coppia e l’assistenza, perché Giaimo si è sentito male, ma anche gli altri hanno accusato dei dolori».
I periti di parte Le famiglie dei tre sub deceduti intanto si sono affidati a dei legali che a loro volta hanno nominato dei consulenti di parte che prenderanno parte all’autopsia e agli accertamenti irripetibili sulla strumentazione. In particolare, la famiglia Giaimo si è affidata all’avvocato Gianni Spina, che era anche un grande aico del medico anestesista morto e che ha nominato la dottoressa Laura Paglicci Reattelli come perito di parte e la famiglia Cioli all’avvocato Corrado De Fazio. Le prime risposte dirimenti arriveranno dunque dai risultati degli esami.
