La sede di Vus a Spoleto (foto Fabrizi)

di Chia.Fa.

Valle Umbra Servizi chiede il dissequestro degli 811 mila euro sequestrati dai conti correnti dell’azienda nell’ambito dell’inchiesta del pm Massimo Casucci. A comunicarlo è una nota della stessa azienda che ha recentemente affidato l’incarico di rappresentarla all’avvocato Francesco Compagna, che ha quindi depositato istanza al Riesame anche per «sollecitare un’immediata verifica sull’effettiva fondatezza dell’ipotesi accusatoria prospettata in via indiziaria».

Vus chiede il dissequestro di 811 mila euro L’ipotesi della procura di Perugia, che sul caso ha delegato le indagini agli uomini del Noe, sono quelle di truffa aggravata ai danni dei 22 Comuni soci, che pagavano per servizi di trattamento secondo gli inquirenti non eseguite, frode nelle pubbliche forniture e violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) a carico di cinque persone, tra cui l’ex presidente di Vus Maurizio Salari e l’ex direttore generale Walter Rossi. Al centro dell’inchiesta c’è il mancato recupero dei rifiuti, se non in percentuali molto limitate, il trattamento inefficace della frazione organica dei rifiuti nell’impianto di Casone (Foligno) e la mancata attivazione della linea di produzione del Css, oltre a una serie di violazioni di delibere della Regione sulla gestione di rifiuti, nel periodo compreso tra il 2012 e il 2016. Secondo gli inquirenti, infatti, in Vus i rifiuti sarebbero stati gestiti «privilegiandone lo smaltimento in discarica anziché il recupero, riducendo al minimo le operazioni di trattamento e trasformazione, al fine di diminuire i costi per la società», come si legge anche nel decreto con cui il gip Natalia Giubilei ha autorizzato il sequestro.

Traffico di rifiuti, l’inchiesta A sostegno dell’ipotesi della procura di Perugia anche la consulenza tecnica dell’ingegnere Luigi Boeri da cui emerge «come, nel corso degli anni, l’impianto di Casone (Foligno) abbia generalmente smaltito nella discarica di Sant’Orsola (Spoleto), o comunque in impianti terzi, circa l’80,5 per cento dei rifiuti in ingresso, con percentuali estremamente esigue di rifiuti recuperati, in media il 2 per cento, consistenti sostanzialmente in metalli». Contestata anche la «gestione di ingenti quantitativi di rifiuti speciali non pericolosi (compost fuori specifica) stimati in 3.500 tonnellate non conformi e provenienti dalle operazioni di trattamento meccanico biologico di Casone». Secondo le indagini del Noe, «il mancato rispetto dei valori limite consentiva l’abbattimento dei costi di gestione derivanti dall’omesso completamento delle operazioni di trattamento con conseguente mancato raggiungimento di maturazione della frazione organica nell’impianto, cosicché i rifiuti venivano conferiti nelle discariche Sant’Orsola di Spoleto (882 tonnellate), Colognola di Gubbio (quasi 1.900 tonnellate) e Belladanza di Città di Castello (775 tonnellate), tutti non autorizzati alla ricezione di rifiuti speciali con tale parametro superiore ai limiti di legge».

@chilodice

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