Cimitero di Terni (foto archivio)

di Massimo Colonna

«Devo mantenere la promessa fatta a mio padre. È una vicenda incredibile che non rende giustizia». Si sfoga in una mail Massimo Collemaggio, il figlio di Giuseppina Sisalli, la donna al centro dell’incredibile vicenda del 2007. Morta in ospedale, per un drammatico errore la sua salma è stata scambiata per un’altra all’obitorio di Terni, trasportata a Perugia e cremata. Senza che questa fosse la volontà dei famigliari. Da lì poi è iniziata la causa civile, che nei giorni scorsi ha vissuto un nuovo capitolo.

La sentenza La Corte di appello di Perugia infatti ha confermato la sentenza del tribunale di Terni, che aveva stabilito come non ci fosse un reale danno per i parenti, visto che «i famigliari hanno comunque la possibilità di piangere il proprio defunto – come racconta Roberto Spoldi, il legale che sta seguendo la vicenda – e in più, secondo il diritto canonico, la religione cristiana non è contraria alla cremazione. Quindi secondo la sentenza non si determinerebbe alcun danno». La sentenza tra l’altro sancisce anche il pagamento delle spese processuali per i ricorrenti. Oltre al danno, anche la beffa. Ora a livello processuale resta aperta solo la strada del ricorso in Cassazione.

«Ho fatto una promessa» Il figlio Massimo non ci sta e si sfoga dalla Romania, dove ora vive: «Mi chiedo come possa un cimitero lasciar uscire una salma con i documenti di un’altra. Nonostante sia presente una targhetta sul coperchio della bara con il nome. Come può essere che un forno crematorio arda una salma senza leggere nome e documenti? Per i giudici è tutto regolare. Per noi nessun risarcimento con in più il pagamento delle spese. Io cambierei la scritta dai tribunali, invece che ‘La legge è uguale per tutti’, metterei ‘I lupi mangiano le pecore’. Il risarcimento non metterebbe fine alla mia rabbia, ma almeno non resterebbero impuniti i responsabili. E, cosa più importante, terrei fede alla promessa fatta a mio padre al momento della sua morte, avvenuta durante, e forse anche per colpa, di questo assurdo processo» .

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