di Fabio Toni
Un’assenza che non era passata inosservata: quella del legale dei due dirigenti Anas coinvolti in una delle due indagini aperte dalla procura sulla vicenda della galleria Tescino. Martedì scorso non aveva preso parte alla perizia svolta dall’ingegner Luigi Boeri, il consulente incaricato dal sostituto procuratore Elisabetta Massini, all’interno della ‘galleria dei veleni’. Un’assenza tutt’altro che casuale, visto che lo stesso legale ha depositato una riserva di incidente probatorio al giudice per le indagini preliminari. Obiettivo sarebbe quello di ‘dribblare’ la perizia della procura, con un esame analogo affidato però da un ‘terzo’, ovvero il tribunale.
Nessuno stop La perizia voluta dalla procura andrà comunque avanti. Lo ha deciso lo stesso magistrato titolare dell’indagine, sulla base del fatto che un eventuale rinvio potrebbe causare una modifica sostanziale dello stato dei luoghi (la galleria è caratterizzata da diverse infiltrazioni e soggetta anche di recente a manutenzioni), tale da rendere l’esame non più praticabile. Almeno alle condizioni attuali. Per questo l’accertamento proseguirà, in attesa degli esiti che potrebbero giungere prima del termine fissato in 60 giorni. Oltre a dire cosa c’è nell’acqua che cola dalle pareti della galleria, l’ingegner Boeri dovrà esprimersi anche sulle cause alla base della ‘pioggia’.
I dubbi Raggiunto da Umbria24, l’avvocato Attilio Biancifiori – che insieme al collega Ezio Audisio difende il dirigente della Tk-Ast finito fra gli indagati – esprime tutti i suoi dubbi sull’esistenza di un nesso certo fra la discarica Ast soprastante e l’acqua che sgorga dal tunnel: «Abbiamo nominato dei consulenti – spiega – proprio perché noi per primi vogliamo capire cosa sia accaduto. Dai primi dati, sembra che l’inquinamento sia minimo, ovvero non in concentrazioni tali da giustificare un collegamento diretto discarica-infiltrazioni».
Ipotesi E allora, se così fosse, quali potrebbero essere le cause? «È tutto ancora da capire – spiega il legale -. Eventuali sostanze metalliche potrebbero essere ricollegate anche al cemento armato del tunnel. Il flusso sta diminuendo e potrebbe provenire anche da una faglia che si sta svuotando, una sacca d’acqua sotterranea sollecitata dalle precipitazioni o dai lavori di costruzione». Durante l’esame del perito sarebbero emerse anche differenze sostanziali fra le acque prelevate: «In un punto il flusso è maggiore. In un’altra zona il liquido sembra più torbido e maleodorante. Potrebbero esserci più cause, non riconducibili alla discarica. Anche i nostri tecnici si sono attivati e stanno valutando la situazione con attenzione. Il quadro è tutt’altro che chiaro».
L’azienda Su tutt’altro fronte, continua il botta e risposta fra l’Ast e le associazioni ambientaliste, Wwf e Italia Nostra in particolare. Quest’ultime avevano accusato l’azienda di non voler investire nel recupero delle scorie derivanti dalla produzione di acciaio inossidabile, preferendo lo smaltimento in discarica. Puntuale la replica: «Pur in presenza di una normativa nazionale particolarmente stringente – scrive l’azienda – Ast è fortemente impegnata, e non da oggi, in attività di ricerca e sperimentazione finalizzate al riutilizzo delle scorie». Il tutto avverrebbe con l’impiego di «significative risorse economiche» e con l’obiettivo «di rendere le scorie inerti e sicure dal punto di vista ambientale, anche per evitare, come è avvenuto di recente nel nord-Italia, l’apertura di indagini in seguito al presunto riutilizzo ‘tal quale’ della scoria». Un approccio che Ast definisce «perfettamente in linea con i dettami del Bref 2012 (il documento di riferimento sulle migliori tecniche disponibili, ndR) e con le conclusioni del documento di indirizzo di Federacciai che è stato redatto anche con il contributo di Ast». Da viale Brin si dicono «sicuri di operare nel pieno rispetto della normativa, volendo rimanere del tutto estranei a forme di contraddittorio che sembrano piuttosto appartenere – qui il contenuto si fa più sibillino – a dialettiche e obiettivi di altra e diversa natura».
Lettera all’Arpa Intanto Andrea Liberati (Italia Nostra) e Amos Macinanti (Wwf Umbria), attraverso una lettera, chiedono ad Arpa Umbria di «ampliare la rete di monitoraggio industriale di Terni, alla luce dell’alta concentrazione di metalli pesanti registrata a Prisciano». I due esponenti invocano la copertura di alcune zone ‘sensibili’ come l’istituto comprensivo Oberdan, il parco Rosselli, il polo universitario di Pentima e anche il tetto delle acciaierie: «Ciò al fine di monitorare l’impatto ambientale delle cosiddette emissioni diffuse – spiegano – come già fatto dall’Arpa della Val d’Aosta, calibrando la collocazione per valutare l’esposizione dei dipendenti dello stabilimento».
