Il Tribunale di Terni

di F.T.

«Quando entrai in Asm, era il 2002, l’ex presidente Sechi mi disse che l’azienda era piena di persone incapaci e che io ero stato uno dei pochi assunti senza pressioni politiche». Era iniziata così, lo scorso 28 gennaio, la deposizione di Leonardo Carloni al processo Asm. Dalle parole dell’ingegnere, attuale responsabile del servizio igiene ambientale della controllata, era emerso uno spaccato avvilente, fatto di piccole e grandi ripicche, persone accantonate perché ‘scomode’ o troppo solerti – «come l’ingegner Motzo» – e altre messe a spazzare un piazzale «solo perché avevano litigato con l’ex direttore Onori».

Controesame Il teste ha ribadito quei concetti martedì in aula, durante il controesame svolto dalle parti civili e dai legali difensori dei venti imputati. Il suo è un atto di accusa verso l’ex dirigenza: «Sono entrato in Asm con tutto l’entusiasmo di questo mondo – ha detto l’ingegnere – ma poi la realtà si è rivelata ben diversa. Ho pagato in prima persona tutto quello che mi è stato fatto. Mi sono dovuto curare a lungo per una grave forma di ansia depressiva da stress e dentro di me ho solo rabbia e delusione per quello che ho visto, per essere stato trattato peggio di un cane».

Assunzione All’avvocato David Brunelli, che gli ha ricordato i suoi rapporti di amicizia con alcuni politici locali, Carloni ha replicato che per la sua assunzione «non c’era stata alcuna raccomandazione. Mi cercò l’ex presidente Sechi – ha spiegato – perché un mio progetto gli era piaciuto molto. Mia moglie, che fa l’avvocato, al tempo seguiva alcune cause di Asm per conto di uno studio di Perugia e l’ex direttore Onori, in un discorso, le chiese se conosceva qualcuno per la parte tecnica. Gli fece il mio nome e io mandai il curriculum in azienda».

I primi guai iniziano nel 2004, quando ad aprile, da caposervizio dei servizi tecnici, Leonardo Carloni diventa responsabile dell’inceneritore Asm di Maratta. «Non avevo mai gestito impianti del genere – ricorda – ma mi è stato posto una sorta di aut aut dopo l’allontanamento del precedente responsabile, l’ingegner Motzo. A posteriori posso dire di aver compiuto un grave errore di valutazione nell’accettare quell’incarico, visto quello che ho dovuto patire». Sul termovalorizzatore l’ingegnere riscontra diversi problemi: «Andai da Onori e gli dissi che l’impianto andava fermato. Lui mi rispose che non si poteva fare. Allora proposi una serie di priorità su cui intervenire».

Le priorità Contromisure per evitare l’esposizione dei lavoratori alla diossina e migliorare la gestione delle polveri, la creazione di un sistema di generazione in caso di black-out, interventi per scongiurare nuovi allagamenti dell’impianto («Il 15 settembre del 2004 abbiamo dovuto togliere l’acqua dal piazzale insieme ai pompieri») e altre azioni specifiche. Come quella messa in atto per evitare che i lavoratori dovessero infilare la testa nelle caldaie per togliere gli accumuli di polveri.

Grane «Per un periodo – ha spiegato Carloni ai giudici – ho potuto operare con una certa indipendenza. I problemi sono iniziati fra febbraio e marzo del 2005». È in quel periodo che arriva il controllo del Noe, il nucleo ecologico dei carabinieri. «La situazione dell’inceneritore era ancora pessima, anche se poi gli interventi sarebbero stati completati nei mesi successivi. Il clima s’era fatto pesante e solo l’arrivo del nuovo Cda aveva migliorato un po’ le cose». L’ex presidente Giacomo Porrazzini, per stemperare il clima e mettere ordine, gli dice di fare riferimento a lui per qualsiasi questione: «Ma sapevo che tutto ciò avrebbe prodotto nuovi attriti con il direttore. E infatti così fu».

Il racconto Nell’udienza precedente il dirigente del servizio ambientale aveva un episodio accaduto al culmine della tensione: «Ero già provato dalle tensioni e assumevo farmaci. Un giorno fui convocato dal direttore insieme da altri tecnici. Iniziò a insultarmi, così mi alzai e me ne andai dal presidente con lui dietro ad inseguirmi e a continuare con quella sceneggiata. Pagai il tutto con un provvedimento disciplinare, anche se il cda non mi convocò mai per ascoltare le mie ragioni. Ricordo ancora il tragitto lungo il corridoio, condito dagli insulti e dai libri tirati dietro. In quell’occasione più di un collega fece spallucce e si chiuse in ufficio per evitare problemi. Qualcuno mi disse anche, ‘che vuoi farci (riferito al direttore, ndR), ce lo hanno messo i politici’». Il teste verrà ascoltato nuovamente nell’udienza già fissata per 15 aprile.

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