di Massimo Colonna
«Il fatto non sussiste». Questa la formula con cui il collegio dei giudici ha preso posizione martedì mattina sul processo a carico di tre imputati accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa e tentata truffa. I tre nel 2005 aveva pianificato la scalata alla Ternana Calcio anche attraverso la creazione di una fondazione nel centro di Villa Palma. Al momento della lettura della sentenza era presente uno dei tre imputati.
La sentenza Martedì mattina nelle aule del tribunale di Terni i giudici in formazione collegiale, con Massimo Zanetti a presiedere e Angelo Matteo Socci e Simona Tordelli a latere, hanno dato lettura della sentenza. Il dispositivo parla di assoluzione per tutti e tre gli imputati (C.C., C.L.D. e P.M.D.) con la formula ‘il fatto non sussiste’. Per quanto riguarda le accuse di falso materiale i giudici hanno stabilito il ‘non doversi procedere’ per mancanza di querela.
L’accusa Prima della lettura della sentenza il pubblico ministero Tullio Cicoria ha letto la sua requisitoria in cui ha chiesto la condanna a due anni per tutti. Per uno dei tre, difeso dagli avvocati Francesco Mattiangeli e Claudia Orsini, nel frattempo è subentrata la prescrizione sia per il reato di associazione a delinquere che per quello di tentata truffa, anche se poi il giudice è entrato comunque nel merito della sua posizione.
La storia Secondo il quadro accusatorio nel 2005 i tre avevano pianificato l’acquisto della Ternana Calcio presentandosi anche con il progetto di aprire una fondazione a Villa Palma. Poco prima che una banca erogasse loro un credito di 100 milioni di euro a fronte della presentazione di una fidejussione da un istituto di credito brasiliano, intervenne la giustizia su disposizione della procura. I tre furono anche arrestati e finirono in carcere per sei mesi. Nel corso del dibattimento sono stati ascoltati diversi testimoni, tra cui anche l’allora sindaco di Terni Paolo Raffaelli.
Le difese «Siamo molto soddisfatti – spiega l’avvocato Mattiangeli – perché l’assoluzione stabilita dalla sentenza rende giustizia e dimostra l’infondatezza delle accuse. I tre imputati, bisogna ricordare, sono stati anche in carcere sei mesi».
