di Fra. Mar.

Restano in carcere Antonio Procopio, Krumor Kasimir, Bashia Bilbil e Salvatore Lerose, arrestati fa dai carabinieri di Perugia perché accusati di aver sparato contro le vetrine di due negozi a Ponte Felcino e Ponte Valleceppi, di smercio e spendita di banconote false e furto.

In aula La decisione del Tribunale del Riesame è arrivata martedì pomeriggio, dopo la lunga udienza in cui anche lo stesso Procopio ha parlato. Ha ammesso di aver esploso dei colpi di fucile contro la vetrina de L’angolo del Pesce di Ponte Felcino( di proprietà dell’uomo che possiede anche il centro Tebris e il ristorante ora sequestrato, gestito dalla Lucaroni) e contro quella di un bar pasticceria di Ponte Valleceppi. Nessuna decisione invece ancora per Benedetta Lucaroni, finita anche lei in carcere per la stessa brutta indagine, che ha fatto sobbalzare sulle sedie i carabinieri che hanno indagato perché aveva delle simbologie mafiose.

FOTOGALLERY: GLI ARRESTATI

Parla Procopio, assistito dagli avvocati Nicodemo Gentile e Antonio Cozza, ha ammesso di essere stato lui ad aver sparato contro le due vetrine. Del resto, con una telecamera che lo ha ripreso e la Lucaroni che ha detto di essere a conoscenza del fatto era difficile negare. Procopio ha anche detto di aver passato dei mesi molto difficili e ha chiesto scusa a tutti. Le sue scuse evidentemente però non hanno avuto alcuna presa sui giudici che poche ore hanno stabilito di lasciarli in carcere. I loro avvocati annunciano già il ricorso in Cassazione.

Il movente Il motivo che avrebbe lo ha portato a sparare contro la pescheria di Francesco Ercoli e contro la pasticceria Duranti, secondo quanto emerso dalle indagine, aveva dell’incredibile. Nel primo caso era stato perché Ercoli aveva osato chiedere le due mensilità di affitto non pagato alla Lucaroni, nel secondo per una presunta banconota falsa. Un testimone raccontò: «Ricordo che Antonio si lamentava spesso perché il proprietario del ristorante e della pescheria, chiedeva insistentemente  alla Lucaroni di tenere bene il ristorante e di pagare l’affitto alle scadenze, Una sera poi, mentre ero in macchina con lui, passando davanti alla pescheria mi disse che avrebbe dovuto sparare contro quel palazzo».

Carne da macello Nell’ordinanza con cui erano finiti in carcere, che secondo Procopio diceva che se fosse stato arrestato, una volta uscito «avrebbe fatto carne da macello». E un testimone raccontò: «Procopio mi aveva riferito che quando si era trasferito in Umbria era salito con una pistola e aveva legami con la ‘ndrangheta calabrese» e che «lui e il suo gruppo gestivano criminalmente l’intero territorio». Sempre lui disse ai militari che «Procopio aveva un sacco con dodici fucili». E lei aggiunge: «personalmente a casa di Procopio ho visto fucili da caccia, una mitraglietta alta 30 cm, in macchina sua ho visto anche altre due pistole. Durante una perquisizione subita un anno fa, la moglie mi disse che il marito teneva otto pistole tra il materasso e la rete del letto che però non vennero trovate».Contro di loro in udienza, il magistrato titolare dell’indagine Gemma Miliani, ha sostenuto la necessità di una custodia cautelare dura come quella del carcere.