di Francesca Marruco
«Ci fu una telefonata in cui Umberto Bindella mi disse di aver fatto una cavolata, un casino. Nella chiamata che fu in prossimità della scomparsa della ragazza, io gli chiesi se l’aveva messa incinta. E lui disse: è una cosa cattiva, più grande di te e di me messi insieme». Le parole di Giorgio D’Ambrosio, il poliziotto amico di Bindella che lunedì mattina ha testimoniato in aula per il processo per la scomparsa di Sonia Marra arrivano come schiaffi in faccia. Colui che per la procura ha ucciso e fatto sparire Sonia, a ridosso della sparizione, disse queste parole ad un suo amico. Una circostanza quanto mai sospetta.
La cosa cattiva Umberto Bindella ha spiegato diversamente quella conversazione con l’amico poliziotto, dicendo- in passato- di aver detto di «essere in un casino» perché era stato chiamato dai carabinieri che gli avevano detto di non contattare Sonia al cellulare. Niente di strano, se non fosse che, ad onor del vero, il giorno in cui sarebbe stato contattato dai militari, né il telefono di Sonia, né quello di Umberto, erano ancora intercettati. Chi lo chiamò dunque? E quale sarebbe il vero casino?
Come poteva saperlo? Il testimone, aiutato anche dai tabulati telefonici, ha detto che quella telefonata avvenne il 17 novembre. Il giorno dopo cioè la scomparsa di Sonia. Lunedì davanti ai giudici ha affermato di aver saputo della scomparsa di Sonia da un collega che quella mattina gli disse che non si trovava la ragazza di Umberto. Fino ad ora ha sempre detto che a dirglielo fu Bindella nella chiamata delle 13.55. E’ evidente comunque che, in entrambi i casi, la notizia della scomparsa di Sonia, in primis, partiva necessariamente da Umberto. Come poteva saperlo altrimenti un poliziotto loro amico a Milano? Ma quel giorno, a quell’ora, della scomparsa di Sonia ancora non si sapeva nulla.
L’intimità L’accusa non ha dubbi. Bindella si lasciò sfuggire con l’amico una confidenza di troppo. Dopo quelle di mesi prima in cui, ha spiegato lo stesso D’Ambrosio in aula, Bindella gli aveva detto di frequentare una ragazza «di Lecce come lui» con cui era in «intimità». E a questo proposito, il poliziotto ha raccontato in aula di aver telefonato una volta ad Umberto per chiedergli perché in televisione sminuiva il rapporto che aveva con Sonia.
La chiamata dopo chi l’ha visto? «Chiamai io – ha raccontato in aula – perché mi ricordo che minimizzò la conoscenza con questa ragazza, e lo chiamai per dirgli, ‘ma perché dici così, la frequentavi?’ e lui mi rispose” grazie!” in maniera ironica. Io so per certo che la frequentava», ha aggiunto. «Io conosco Umberto Bindella come una brava persona – ha detto ancora- quando mi disse ‘ho fatto una cosa cattiva’ mai pensavo a questo per cui è imputato. Ma poi ho iniziato ad avere dei sospetti».
Le contraddizioni La difesa Bindella cerca di evidenziare le contraddizioni, che pur ci sono state nelle quattro volte in cui il testimone è stato sentito dai magistrati. Cerca di far vedere ai giudici non solo quello che D’Ambrosio ha detto ora davanti alla Corte d’Assise, ma anche quello che ha detto o non ha detto in passato: «Mi sono ricordato delle cose molto – disse in una conversazione con una sua amica dopo essere stato sentito dai pm -. Penso che siamo importanti, però sono vaghe, quindi io non voglio rischiare di essere querelato dall’amico mio. Io so quanto sta su internet perché. Io non so niente, so sicuramente meno di loro. Sono un po’ nervoso, da me non ci cavano un ragno dal buco, sanno loro più di me».
Chi ha ragione? Ma D’Ambrosio spiega così quello dice e non dice a seconda di momenti e interlocutori: «non volevo entrarci niente, qua neanche vorrei esserci sinceramente». Ma allora delle due l’una: o fino a che ha potuto ha cercato di stare fuori dalla storia più che poteva, sia per paura che per proteggere l’amico. Oppure, proprio per uscire velocemente e indenne ha detto quelle cose. Ovviamente la prima rispecchia in parte il pensiero dell’accusa. La seconda delle difesa.
