di Ivano Porfiri
Ben 17 case del sesso “made in China” dislocate tra Assisi, Bastia, Perugia e Corciano. Un giro di prostituzione con al centro povere ragazze fatte arrivare in Italia con l’inganno e poi segregate e costrette a vendere il proprio corpo per riscattare il passaporto. E’ quanto scoperto dalla polizia del commissariato di Assisi, che ha arrestato una coppia di coniugi cinesi per favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina.
L’arresto All’alba di venerdì gli agenti diretti dal commissario capo Francesca Di Luca e coordinati dall’ispettore Valter Stoppini, coadiuvati dagli uomini del Reparto prevenzione crimine, hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Perugia Carla Giangamboni su richiesta del sostituto procuratore Massimo Casucci. In manette sono finiti i due “coniugi-aguzzini”: L.X. 30enne, e sua moglie L. Y., 25enne (ai domiciliari perché ha una bimba di pochi mesi), uniti nella vita e negli “affari”: gestivano ben 17 case “hard”, assoggettando le loro dipendenti, costrette a prostituirsi senza alcuna alternativa possibile. Qualche tempo fa ad Alessandria erano stati denunciati perché avevano tentato di mettere in piedi un sistema simile.
L’indagine L’indagine, tutta eseguita con gli strumenti tradizionali e senza intercettazioni, ha avuto origine dalla scoperta di due possibili appartamenti “a luci rosse” a Bastia Umbra e Assisi. Da lì è stato aperto un vaso di Pandora portando alla luce un mondo fatto di spregiudicati sfruttatori, fiancheggiatori, giovani ragazze ingannate e private della libertà personale da loro stessi connazionali, e tutta una insospettabile clientela locale, il tutto per un giro di migliaia e migliaia di euro. Alla fine, oltre agli arresti, altre 13 persone sono state denunciate per i reati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento della permanenza illegale dello straniero nello Stato; dei 17 appartamenti individuati, 7 sono stati sequestrati: 4 a Perugia, 1 a Corciano, 1 a Bastia Umbra e 1 a Santa Maria degli Angeli; 50 circa le persone identificate e sentite dalla polizia come persone informate sui fatti, perlopiù clienti; 8 le espulsioni di cittadini stranieri irregolari effettuate.
Modus operandi I due coniugi – secondo quanto ricostruito dagli inquirenti – gestivano personalmente l’attività di sfruttamento della prostituzione sin dalla fase del reclutamento delle persone, si procuravano nel contempo la disponibilità di alloggi sommariamente ammobiliati, concessi soltanto formalmente in locazione a loro connazionali che fungevano da semplici prestanome. Gli appartamenti rimanevano nella loro disponibilità tanto da provvedere personalmente al pagamento dei canoni d’affitto ai proprietari.
Le vittime Le ragazze, che il più delle volte non conoscevano l’italiano, venivano collocate nei vari appartamenti per rimanervi per tutto il periodo necessario in cui dovevano prostituirsi. Come confessato da alcune prostitute, le ragazze giungevano in Italia attraverso un’agenzia di viaggio cinese, alla quale versavano la somma di circa 20 mila euro per il viaggio aereo, l’intermediario che avrebbe fornito loro le indicazioni da seguire una volta arrivate in Italia per ottenere un lavoro da massaggiatrice e una scheda telefonica che il referente dell’agenzia in Italia avrebbe loro consegnato una volta giunte all’aeroporto di Roma o Milano.
Passaporto sequestrato Una volta atterrate, però, questo referente ritirava loro il passaporto facendo credere che non fosse più necessario alla loro permanenza. A quel punto, senza documenti e dunque di fatto limitate, con l’inganno, nella loro possibilità di movimento, le ragazze venivano successivamente dirottate prima su Prato e poi a Perugia. Qui, alla stazione ferroviaria, venivano prelevate direttamente dai due coniugi per essere poi portate negli appartamenti per avviarle all’esercizio di un’attività che avrebbero scoperto ben presto non essere quella di semplice massaggiatrice.
Segregate Una volta collocate negli appartamenti, le ragazze venivano messe di fatto nelle condizioni di non uscire mai dalla loro prigione in quanto prive dei documenti e delle chiavi d’ingresso delle abitazioni. Venivano approvvigionate di tutto il necessario per vivere e per prostituirsi: dai profilattici ai gel lubrificanti, dalle salviette umidificate alle creme lenitive intime, tutto in grandissima quantità, dal vestiario succinto alla biancheria intima sexy fino al prontuario contenente le frasi tradotte in italiano da dire ai clienti e un tariffario delle varie prestazioni, oltre a varie schede telefoniche e uno o più cellulari in dotazione.
All’incasso Ogni due giorni, come accertato a seguito degli appostamenti e dei pedinamenti e come confermato dalle dichiarazioni delle tante ragazze sentite dagli agenti, i due coniugi si recavano presso gli appartamenti per prelevare gli incassi: su 50 euro lasciavano alle ragazze soltanto 15 euro che sarebbero dovuti servire alle stesse per riscattare il proprio passaporto prelevato al loro ingresso in Italia.
I clienti Tanti i clienti visti recarsi nelle case per un enorme giro di affari. Venivano trovati attraverso annunci su siti di incontri. La centralinista era la 25enne L.Y., che li smistava nei vari appartamenti, contrattando personalmente data, orario e prezzo delle prestazioni. Una cinquantina sono le persone, tutte residenti tra Assisi, Bastia e Perugia, quasi sempre incensurate e, in alcuni casi, per professione e condizione sociale, ritenute “assolutamente insospettabili” che, fermate e sentite all’uscita delle case “squillo” sulle prestazioni di cui avevano appena “fruito”, hanno permesso di ricostruire con ogni dovizia di particolari cosa succedesse al loro interno, confermando le costruzioni investigative della polizia.
Proventi reinvestiti Le indagini hanno permesso di accertare che L.X., sprovvisto di qualsiasi altra fonte di reddito se non quella illecita di sfruttatore, gestisce anche un ristorante di cucina tipica tradizionale cinese e giapponese. Nel corso della mattinata di venerdì, il personale dell’ufficio di polizia amministrativa, insieme all’Ispettorato provinciale del lavoro di Perugia e alla Usl, vi ha eseguito un accertamento amministrativo controllando e identificando una decina di cittadini di nazionalità cinese. Si indagherà per accertare in quale misura l’attività commerciale sia connessa ai reati scoperti.
