di Fabio Toni
Tre Dna ‘non chiaramente percepibili’ e un quarto più ‘chiaro’. I primi, legati ad altrettante tracce biologiche individuate sul manico. L’altro, ricavato da una traccia presente sul telo. Trapelano le prime indiscrezioni circa i risultati della perizia svolta sull’ombrello ‘incriminato’: quello che, per la polizia, sarebbe stato utilizzato per ferire alla testa il sindaco Leopoldo Di Girolamo durante la manifestazione dello scorso 5 giugno. L’esame è stato eseguito il 17 giugno a Roma, presso la direzione centrale anticrimine della polizia scientifica
Tre profili ‘dubbi’ Stando alle indiscrezioni, le tracce lasciate sul manico, ispezionato da cima a fondo, avrebbero permesso di risalire a tre profili Dna ‘non univoci’, ovvero non riconducibili ad un soggetto in particolare. Conseguenza del fatto che, nel tempo, più persone possano aver toccato l’ombrello, sovrapponendo così le ‘impronte’ biologiche: frammenti di pelle piuttosto che tracce di sudore o di acqua. In ogni caso, sembra proprio che dai tre profili non sia possibile risalire ad una persona precisa.
Uno più chiaro Un quarto profilo Dna, a quanto pare univoco e leggibile, sarebbe stato riscontrato sul telo dell’ombrello a partire da una micro-particella. Al momento nessuno è in grado di dire di chi sia né da quale tipo di residuo provenga. La palla torna ora alla procura e al pm Raffaella Gammarota, titolare dell’inchiesta, che dovrà decidere i prossimi passi da compiere.
Nel dubbio se a colpire il sindaco sia stato un manganello piuttosto che un ombrello, fra gli indagati c’è finito un operaio 37 enne di Narni che si è sempre professato innocente. A commentare in maniera stringata le prime indiscrezioni emerse dalla perizia, è l’avvocato che lo difende, Emidio Gubbiotti: «ad oggi – si limita ad osservare il legale – non esiste alcun elemento certo a carico del mio assistito».
